Martedì 26 Marzo 2019 | 04:01

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di Giovanni Valentini
Il partito che sta all'opposizione di se stesso
Nell’infuocato dibattito sulla natura del Pd e sulla figura del suo attuale leader, si tende spesso a trascurare un dato fondamentale. E cioè che il Partito democratico, a torto o a ragione, ha stabilito per Statuto di far eleggere il proprio segretario non più dalla base dei propri iscritti, bensì da una platea più ampia di esterni, aderenti o simpatizzanti.

È stata probabilmente questa scelta, più di qualsiasi altro fattore, ad accelerare una «mutazione genetica» del partito, a fargli cambiare anima e pelle, spianando così la strada alla leadership di Matteo Renzi: altro che «trasformismo», come lo chiama sbrigativamente qualche osservatore prevenuto e superficiale.

Nessuno può avere la controprova. Ma è lecito ipotizzare che, senza questo passaggio, le oligarchie delle tessere avrebbero continuato a gestire il Pd secondo le vecchie logiche di potere. E forse Renzi non sarebbe mai diventato segretario. Non c’è quindi da gridare allo scandalo se adesso i tesserati diminuiscono: questa è la logica conseguenza di una scelta che ha radicalmente modificato la “constituency” del partito, diventato ormai più un partito d’opinione che di apparato.

D’altra parte, Renzi è segretario da appena dieci mesi. E per quanto il Pd possa aver cambiato rotta sotto la sua guida, non si può attribuire esclusivamente a lui questo calo delle tessere. È più verosimile, invece, che sia stata proprio la modifica del meccanismo elettorale interno a demotivare gran parte dei vecchi iscritti, i quali si devono essere sentiti espropriati o defraudati del potere di scegliere un leader in cui identificarsi.

Vogliamo ricordare poi che nel frattempo il mondo è cambiato? Che i partiti non sono più il centro della vita politica? E soprattutto, che il confronto democratico non avviene più all’interno delle sezioni, ma piuttosto nell’agorà mediatico della tv, di Internet, di Twitter e degli altri social network?

Un processo analogo, del resto, è accaduto anche per un’istituzione millenaria come la Chiesa cattolica. Le parrocchie e gli oratori, come si sa, sono sempre meno frequentati. E non a caso perfino il Papa, da Ratzinger a Bergoglio, ormai comunica abitualmente via Tweet.

Che senso ha, allora, discutere se il Pd è un partito solido, liquido o acido? Oppure, se esistono ancora i “padroni” o meno? Da una parte, c’è D’Alema che ne evoca i fantasmi; dall’altra c’è un “padrone” in carne e ossa come Renato Soru, il quale s’incarica di assicurare – proprio lui - che non esistono più.

Prima di stabilire, dunque, se Renzi è un uomo di sinistra e se il suo Pd è un partito di sinistra, bisognerebbe affrontare una riflessione comune su che cos’è la sinistra nella società contemporanea. E prima di revocare la patente altrui, sarebbe bene verificare la scadenza della propria. Ormai, nel Partito democratico e dintorni, chiunque si sente in diritto di decretare se l’interlocutore è di sinistra o meno, di fargli l’esame del sangue e di contare i globuli rossi, fino a rinnegare una parte della propria storia.

A seguire gli interventi su Twitter, si direbbe che neppure Piero Fassino (già segretario dei Ds) né tantomeno Walter Veltroni (primo segretario del Pd) sono considerati uomini di sinistra. Figuriamoci poi Giorgio Napolitano, già leader dei “miglioristi” nel Pci ovvero di quella che allora si chiamava la destra comunista: con i suoi anatemi contro il corporativismo dei magistrati e il conservatorismo dei sindacati, il presidente della Repubblica è evidentemente in odor di eresia. Ma chi attacca Renzi sulla riforma della giustizia o su quella del lavoro, dall’interno o dall’esterno del Pd, si guarda bene dal fare altrettanto con il Capo dello Stato.

Oggi, dunque, il Pd appare paradossalmente un partito che sta all’opposizione di se stesso. Cioè del governo che esprime e sostiene in Parlamento. Un ircocervo, piuttosto che un partito, con la testa già nel futuro e il corpo ancora nel passato. Un soggetto politico con una maggioranza proiettata, bene o male, verso la modernità e una minoranza nostalgica, ripiegata su se stessa, divisa al proprio interno in tre o quattro tronconi: la ”vecchia guardia” di D’Alema e Bersani; i “giovani turchi” del presidente Orfini e del ministro Orlando; i riformisti di Cuperlo e del capogruppo alla Camera Speranza; la sinistra più radicale di Civati che flirta con quella alternativa di Sel che infatti milita nelle file dell’opposizione parlamentare.

Si tratta, in conclusione, di capire se stiamo assistendo – appunto – alle convulsioni di una mutazione genetica oppure a un tentativo di suicidio collettivo. Più che altro, tutto questo processo di autocoscienza sembra il riflesso condizionato di una vecchia cultura politica antisistema che non riesce ancora a integrarsi definitivamente nel sistema. Un “partito di lotta e di governo” che si trova, finalmente, alla guida del governo ma non sa, non può, non vuole rinunciare alla lotta, anche a rischio dell’autolesionismo.

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