Martedì 26 Marzo 2019 | 00:48

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bepi martellotta

Prove generali di un futuro neanche troppo lontano, quando cioé in Puglia si tornerà a votare, dopo cinque anni, per il nuovo governatore. Alle provinciali pugliesi, che dovevano essere una formalità con cui tenere in piedi le Province in via di estinzione, centrodestra e centrosinistra stanno portando avanti i loro test, quelli delle alleanze e delle strategie che torneranno utili una volta che, a fine novembre, si saranno consumate le primarie, certe a sinistra e incerte a destra. Perché sotto l’albero di Natale, dritta o storta, potrebbero materializzarsi molte sorprese, col Pd che va a braccetto con Ncd in marcia verso la nuova Regione e Forza Italia, massacrata dai litigi interni, che si condanna a tornare, per la terza volta, sui banchi dell’opposizione.

L’altalena dei Democratici, in questa convulsa fase di votazioni di secondo grado nelle sei province pugliesi e nella città metropolitana di Bari (tutto si concluderà domenica prossima), sta raccontando molte cose. «Semplici accordi tra gli esponenti dei territori (i sindaci)», aveva detto il segretario del Pd Michele Emiliano poche settimane orsono: doveva rassicurare i bollori di Sel, inviperita per gli accordicchi trasversali con il centrodestra sulle presidenze. Ma quei bollori non si sono fermati ed ecco la virata: il Pd esclude ogni accordo e invita i suoi a votare centrosinistra. A Taranto, però, si consuma il «misfatto» ed Emiliano torna a minacciare fuoco e fiamme contro i «traditori».

A Brindisi, invece, nel silenzio dei più va in scena un ben altro accordo dei Democratici, questa volta non con i «nemici» berlusconiani ma con Ncd. Sel smette di protestare e nel Pd nessuno più solleva «redde rationem» da consumare nella direzione del partito. Perché?
A Roma, com’è noto, nel Pd maggioranza renziana e minoranza dalemiana sono tornate a contarsi. E la bussola della partita interna non è più il consenso per le strade (Renzi viaggia oltre il 40% e nessuno può smentirglielo) ma quello delle tessere.

Le vecchie, care iscrizioni ai circoli del partito finite nel dimenticatoio. Poche, sempre di meno, quanto basta per risvegliare la vecchia guardia del partito, messa nell’angolo dal rottamatore (Bersani, Cuperlo e lo stesso D’Alema), e provare a tentare una scalata diversa: non nelle file del partito, nei cui organismi il segretario-premier ha la maggioranza netta, ma con quella sinistra che è rimasta per troppo tempo fuori dalle porte che contano. Ecco Civati parlare con Vendola, ecco Vendola tornare a guardare con speranza alla sinistra Pd di Cuperlo, ecco la Cgil di Landini e Camusso tornare allo scontro con il leader Pd e strizzare l’occhio a Sel e alla Sinistra Dem. Ed ecco, sul fronte opposto, Renzi e i suoi stringere il cerchio sulle truppe, compattare le alleanze di governo, aprire lo scontro sull’art. 18 che tanto piace ad Alfano.

Ecco, dunque, aprirsi uno scenario che non potrà non avere ricadute nei territori. Ed ecco andare in scena a Brindisi, già nel 2009 «laboratorio» di accordi tra il centrosinistra e i moderati, il nuovo percorso Pd-Ncd. Protagonista, ancora una volta, proprio il «prodotto» di quel laboratorio: Massimo Ferrarese, oggi coordinatore vicario degli alfaniani pugliesi.

Come Roma, dunque, anche in Puglia - passata la tornata dei gazebo - potrebbe esserci da un lato il partito «renziano» di Emiliano & co. che asfalta avversari e dissidenti interni e stringe il patto con i moderati (la Costituente popolare che mette insieme Ncd, Udc e Popolari per l’Italia), ormai affrancati dalla destra berlusconiana; dall’altro la sinistra «dura e pura» di Sel, guidata dal presidente uscente Vendola, e la minoranza Dem che non digerisce né Renzi né Emiliano né i «laboratori» con Ncd. Per Fitto e gli azzurri pugliesi non una, ma due gatte da pelare.

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