Martedì 26 Marzo 2019 | 03:45

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L’Europa League della cultura vede sei città italiane «in partita» nelle fasi finali. Tre meridionali: Lecce, Matera e Cagliari. Le altre sono Perugia, Ravenna e Siena. Si contendono il titolo di Capitale europea della cultura 2019, dopo aver superato una prima selezione fra una ventina di città candidate (fra cui c’era Taranto). Presto, probabilmente il 17 ottobre, si saprà chi ha vinto. A decidere sarà una giuria della Commissione europea in cui siedono sia funzionari comunitari sia rappresentanti italiani. Insieme all’Italia, è la Bulgaria l’altro Stato dell’Unione europea designato a ottenere il titolo per il 2019 e quindi a individuare una città fra le sue (c’è anche Sofia in lizza).

Quest’anno le capitali europee della cultura sono Umeå in Svezia e Riga in Lettonia, nel 2015 sarà il turno di Mons in Belgio e di Plzen nella Repubblica ceca. La capitale europea della cultura venne istituita nel 1985 su iniziativa dell’artista greca Melina Mercouri, all’epoca ministro ad Atene, che fu la prima prescelta con la dizione di «città europea della cultura». All’Italia è toccata tre volte: nell’86 fu Firenze, nel 2000 Bologna e nel 2004 Genova. Sempre al Centro-Nord, dunque, sebbene il campanilismo sia, o dovrebbe essere, lontano dallo spirito europeistico dell’iniziativa (non che in Europa manchino le lobby, anzi). Dopo il 2019, l’Italia attenderà il 2033 perché le spetti nuovamente la designazione.

Lecce e Matera hanno fatto un gran lavoro e legittimamente sperano di vedere riconosciuta la loro dimensione di medie città a misura d’uomo, o, come dire?, di «capitali umane». Entrambi i dossier di candidatura, reperibili su Internet nei rispettivi siti (ma per Lecce si tratta invero di quello risalente alla prima selezione del 2013), appaiono sfaccettati, penetranti, immaginifici e tuttavia concreti nel delineare un crono-programma degli interventi da qui fino al 2019, molti dei quali - è scritto - dovrebbero andare in porto pure in caso di esclusione. I dossier, in particolare, corrispondono ai criteri della euro-burocrazia che riserva un suo linguaggio per certi versi «esoterico». È il codice di Eurolandia idolatrato dagli «esperti» e spesso lontano dai cittadini, bersagliato in un pamphlet di Hans Magnus Enzensberger (Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi 2013).

Ma che significa capitale culturale? Di sicuro visibilità internazionale e turismo dall’Italia e dall’estero. Ma anche e soprattutto infrastrutture materiali e digitali, restauri, interventi urbani etc, realizzati con risorse statali e degli enti locali. Matera prevede un budget di circa trenta milioni di euro articolati in un «Accordo di programma quadro» sulla falsariga del collaudato «Sensi contemporanei» concepito a suo tempo dal Ministero dello Sviluppo economico con le Regioni meridionali e con la Biennale di Venezia. Lecce punta a investirne una quarantina con l’aiuto operativo, fra gli altri, delle «agenzie» regionali Teatro Pubblico e Film Commission.

«Open Future» è il titolo materano. Prende le mosse dal cuore arcaico dei Sassi (patrimonio dell’Unesco) per proiettarsi verso un «futuro aperto», appunto, che cominci con l’invertire i flussi migratori: oggi i giovani fuggono dalla Basilicata, domani potrebbero tornarvi. Le parole chiave del dossier lucano sono «passione», «cura», «frugalità», «ruralità», «silenzio» e «lentezza». Nella loro trama, come nei progetti sugli archivi etno-antropologici e la scuola di design, l’orizzonte si allarga fino all’Alta Murgia, al Pollino e al Cilento. L’afflato «meridiano» della candidatura lucana s’ispira tanto ai classici Levi, Scotellaro, Pasolini, quanto, implicitamente, ai più recenti studi di Laureano, Cassano e Arminio. Matera, insomma, come mediazione fra crescita e decrescita alla Latouche, fra città sostenibile e campagna rigenerata. Una scelta sapiente considerando il paesaggio e l’antropologia culturale, forse leggermente «retrodatata» a fine anni ‘90-primi anni Zero (ma cosa volete che ne sappia l’Europa delle correnti di pensiero nel Sud?).

Lecce invece mira fin dal titolo a «Reinventare Eutopia» e l’indice del dossier (si veda alla voce bid book nel sito web) riserva una serie di prefissi per le otto utopie da inseguire. Un mosaico per un sogno. Ecco, per esempio, la «DEMOCRAtopia», ovvero un «modello per la partecipazione democratica, amministrazione e governance». E la «POLIStopia» basata sull’inclusione di tutti. La «TALENtopia» è per i giovani talenti. L’«ARTopia» eleva gli artisti e la creatività diffusa a chiave di volta della candidatura salentina (che comprende le province di Lecce e di Brindisi). E via così...

«Oltre il barocco» e le sue tradizioni culturali e linguistiche (l’area grika e i comuni arbëreshë), Lecce 2019 gioca puntando sugli atout degli ultimi lustri: la pizzica, il festival del cinema europeo, i «bollenti spiriti», i «lab» di ogni genere. Perciò progetta, fra l’altro, un grande «villaggio culturale» e le inedite «masserie urbane». Anche qui, la prospettiva rischia di essere un po’ retrò, uno scampolo di fine stagione politico-culturale (ma cosa volete che ne sappia l’Europa delle «primavere» pugliesi e degli autunni?).

In ogni caso, che vinca Lecce o Matera (sono stati tenaci i sindaci Perrone e Adduce), la capitale potrebbe contribuire a un rilancio delle nostre regioni. Purché si facciano trovare pronte - chessò - in tema di ricezione alberghiera e coperture Wi-fi, onde evitare autogol. Intanto i molti volontari, i comitati guidati dal piemontese Paolo Verri a Matera e dall’israeliano Airan Berg a Lecce, e i ragazzi di Twitter non smettono di «cinguettare» #Lecce2019 e #PortaMateranel2019.

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