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Batti e ribatti. Renzi o non Renzi. Si finisce sempre lì: alle due sinistre che non comunicano e all’antinomia ottocentesca tra Stato e Mercato. E pensare che ci sono zone del Belpaese, vedi le spiagge romagnole, che sembrano il festival del liberismo più sfrenato: hotel sulla spiaggia, costruzioni sul mare, una lunga (ex) Punta Perotti che da Riccione arriva fino al confine col Veneto. Nessuno ci fa caso: ma in quei posti la sinistra comunista e post-comunista ha amministrato e amministra da circa 70 anni.

Domanda. Se il Pci di Giuseppe Dozza (1901-1974) e Guido Fanti (1925-2012) ha governato con logiche borghesi l’Emilia-Romagna come mai tuttora il rapporto tra parte della sinistra (ma anche della destra) e il mercato evoca unioni matrimoniali più fastidiose di una rissa televisiva?

La risposta non è facile, chiama in causa il significato e il potere delle parole. Il concetto di mercato, in Italia, non ha mai incontrato condizioni ambientali favorevoli. La stessa destra storica non era tutta devota ad Adam Smith (1723-1790). Poi sopraggiunse il fascismo, che era anti-mercatista e votato al corporativismo, e il vocabolo «destra» assunse connotati sempre più spregiativi. Il comunismo era, ontologicamente, ostile al mercato, e la stessa corrente riformista (minoritaria) non aveva forza a sufficienza per contrastare sul piano culturale i dogmi contrari alla democrazia economica. Certo, c’era Antonio Gramsci (1891-1937), figura complessa che aveva studiato il mercato senza demonizzarlo. Ma Gramsci apparteneva alle biblioteche più che alle sezioni e piazze politiche. Era citato, ma non ascoltato o applicato. Cosicché, nonostante le aperture e le svolte contro il monolitismo sovietico, la sinistra italiana - a differenza di quella tedesca e inglese - non ha mai fatto i conti con l’idea di mercato. A differenza della socialdemocrazia teutonica che ha sposato il mercato nel 1959 a Bad Godesberg. E del laburismo inglese che lo ha adottato in pianta stabile dopo aver ceduto al fascino della Terza Via di Tony Blair.

Eppure, sarebbe bastato che il termine «mercato» fosse stato sostituito dalla definizione «democrazia economica» perché fossero modificati i confini della discussione. Il mercato è sinonimo di democrazia economica così come il voto è sinonimo di democrazia politica. Del resto democrazia economica e democrazia politica sono storicamente assai più vicine di quanto si pensi. Nell’antica Atene l’agorà era, nello stesso tempo, il luogo del mercato delle merci e il sito delle decisioni dei cittadini. Una compenetrazione logistica, sostanziale e simbolica, cui non si è mai attribuita la doverosa attenzione.

Cos’è la democrazia economica? È l’opportunità data ai consumatori di beni e servizi di essere liberi di scegliere. Dov’è l’elemento autoritario o illiberale in questa opportunità? L’economista «Nobel » statunitense Joseph Stiglitz obietterebbe, non senza ragioni, che nel mercato non si verifica la simmetria informativa, semmai l’asimmetria informativa, nel senso che non tutti i cittadini posseggono le informazioni per poter scegliere al meglio, secondo razionalità. Giusto. Per questa ragione il mercato necessita di interventi correttivi, in modo tale da impedire la formazioni di monopòli, trust, cartelli, tutte patologie in grado di ostacolare la libertà economica. Ma anche lo Stato non è l’Eldorado, visto che è per natura portato a moltiplicare monopòli e privilegi per i suoi feudatari. Inoltre, lo Stato medesimo non è depositario delle informazioni che milioni, anzi miliardi di uomini e donne si scambiano nei loro innumerevoli contatti personali. I consumatori decidono in base ai loro gusti, alle loro aspettative. Lo Stato non avrebbe mai immaginato che, a un certo punto, sarebbe cresciuta la richiesta delle uve senza semi, che hanno ormai collocato fuori mercato le tradizionali uve con il seme. Solo nelle contrattazioni tra privati è possibile apprendere conoscenze che la classe politica, la burocrazia, gli apparati pubblici in genere, non potrebbero mai raggiungere.

Non vogliamo chiamare mercato tutto cio? Vogliamo parlare di democrazia economica? Meglio ancora. Ma dalla sostanza non si scappa: a chi tocca decidere come vivere e cosa acquistare? Al potere pubblico o alle singole persone? Ecco: la sinistra anglosassone da decenni non ha dubbi, la decisione spetta ai singoli, non al collettivo, ossia alla nomenklatura politica.

Si obietterà: e lo Stato? I compiti dello Stato non sparirebbero affatto. Anzi. Uno Stato moderno è uno Stato regolatore, non uno Stato padrone. È uno Stato che facilita i rapporti tra imprese e dipendenti. È uno Stato che limita le ingerenze nelle aziende. È uno stato che non penalizza il diritto privato a beneficio esclusivo di quello pubblico. È uno Stato, ad esempio, che vigila come un rottweiler contro le degenerazioni del mercato e le pretese di oligopòli e monopòli. Un compito mica da niente visto che la tentazione irresistibile di molti vincitori nella quotidiana sfida della concorrenza è quella di non fare mai prigionieri.

Per concludere. Una moderna forza di sinistra potrebbe spiegare così la propria ragione sociale: noi siamo per la democrazia economica mentre la destra difende la democrazia dei privilegi; noi siamo per il mercato, loro per i monopòli. In Germania e in Inghilterra ragionano così. In Italia, ancora no. E quando sembra che la democrazia economica convinca tutti, si torna punto e a capo.

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