Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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di Giuseppe De Tomaso
Anche l’Europa alle manovre per prenotare il Quirinale

di GIUSEPPE DE TOMASO
Matteo Renzi sta per affrontare la prova più difficile della sua (finora) rapida carriera: vincere la battaglia sull’iniziativa più scabrosa che un governo possa prendere. Ossia la riforma del mercato del lavoro, materia che in Italia va a parare immancabilmente sul pro e contro l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Non sarà una passeggiata per il premier, sia perché i sindacati non gli stenderanno il tappeto rosso sia perché all’interno del Pd non sono pochi quelli che vorrebbero fargli lo sgambetto. Ma siccome è un giocatore nato, oltre che un leader precoce e scafato, l’ex sindaco di Firenze ha accettato la scommessa, somigliante più a Rischiatutto che alla Ruota della Fortuna, trasmissione che segnò l’esordio pubblico, in tv, del Nostro, sotto gli sguardi compiaciuti di un benedicente Mike Bongiorno (1924-2009).

Renzi forse non poteva fare altrimenti, non poteva cioè tenere ancora nel freezer il piatto dell’articolo 18, per una ragione assai semplice: aveva avvertito la delusione in Italia, ma soprattutto fuori, di quanti si attendevano i fuochi artificiali, specie in economia, dopo il battesimo del suo governo. Invece, di annuncio in annuncio, senza fatti concreti, egli rischiava di avviarsi sulla strada già percorsa dal suo predecessore Enrico Letta: un logoramento quotidiano fino all’esaurimento delle forze.

Essendo di riflessi pronti, il baby-premier ha compreso che le insidie più incisive per il suo futuro politico sarebbero arrivate da Bruxelles e da Berlino dove si assumono le decisioni che contano.
 

Francoforte dirige l’orchestra un certo Mario Draghi (ora in urto con i tedeschi), che non sarà un signore smanioso di rientrare in Italia occupando la stanza più agognata di Palazzo Chigi, ma di sicuro potrebbe rappresentare nel Belpaese e nelle capitali occidentali la soluzione naturale in caso di flop dell’esperienza renziana. Ergo, ha ragionato Renzi, meglio giocare d’anticipo, proprio sui temi cari all’Europa: le riforme, a cominciare da quella del lavoro.

E non è detto pure che l’ombra di Draghi debba o possa svanire in caso di successo della sfida renziana sull’articolo 18. Per Matteo c’è sempre lo scoglio Quirinale all’orizzonte. Il presidente del Consiglio, per ragioni anagrafiche, non può concorrere in prima persona per il dopo Napolitano, ma non può neppure concepire di essere indifferente alla pratica.

Per la verità ha cominciato a occuparsene da tempo. Il suo veto alla nomina di Massimo D’Alema nella commissione europea nasce proprio da una concanetazione di timori, il più radicato dei quali si chiama presidenza della Repubblica. Se avesse dato l’ok all’approdo di D’Alema a Bruxelles, Renzi si sarebbe ritrovato l’ex premier in pole position per la corsa per il Colle, dal momento che l’età di Napolitano è quella che è, e che il Capo dello Stato potrebbe rimettere il mandato in tempi relativamente brevi. E siccome, durante le presidenziali italiane a Montecitorio, le soluzioni istituzionali sono le più gettonate, il rottamatore Renzi, in caso di abbandono anticipato da parte di Napolitano, si sarebbe potuto imbattere nel rilancio del rottamato D’Alema. Una prospettiva che avrebbe tolto il sonno a Matteo, perché D’Alema alla guida dello Stato, cioè in una condizione di supremazia rispetto a lui, difficilmente avrebbe rinunciato a far pesare la propria influenza nei confronti del «subalterno» premier. Il lìder Maximo non avrebbe fatto il notaio sul Colle. Di qui la decisione, maturata da Renzi, di insistere per Federica Mogherini lady Pesc. Un problema in meno in vista della partita quirinalizia.

Ma non era (e non è) detto che, schivato il fantasma di D’Alema, la gara per la presidenza della Repubblica possa svolgersi ugualmente secondo i desiderata di Renzi. Se la decrescita economica dovesse perdurare, se l’occupazione dovesse diminuire, si porrebbe il problema di una nuova guida dello Stivale. E siccome Napolitano, dicono, dovrebbe lasciare nel 2015, cioè all’indomani del semestre di presidenza italiana, in Europa e in America potrebbe intensificarsi il pressing silenzioso e arrembante per portare Draghi (di cui i tedeschi vorrebbero liberarsi al più presto) al Quirinale, scenario che avrebbe tutta l’aria di un commissariamento di Palazzo Chigi. Prospettiva, per Renzi, Napolitano e Berlusconi più dolorosa di un cazzotto nello stomaco.

Un motivo in più, dopo i mortificanti bollettini sul Pil, per convincere il presidente del Consiglio a cambiare passo, e a sposare in toto il Draghi-pensiero in campo economico. Giocare d’anticipo non fa mai male, anche in politica. Solo così - pensa Renzi - si potrebbe disinnescare la mina Draghi nel Gran Premio per il Quirinale.

Certo, la posizione di Matteo sarebbe assai più solida se egli potesse utilizzare al meglio il deterrente rappresentato dal voto anticipato, oggi assai depotenziato dal fatto che, in caso di scioglimento delle Camere, si voterebbe con la proporzionale, modello che non genera vinti e vincitori. Ma la sorte ha voluto che il Porcellum, il sistema elettorale dei nominati - oggi avrebbe dato maggiore forza al primo ministro - fosse stato uccellato, nella Consulta, proprio da Giuliano Amato, cioè dal più luciferino tra i big della Prima e Seconda Repubblica. Un ostacolo velenoso per le ambizioni maggioritarie renziane.

Finale. C’è chi ha iniziato a fare il conto alla rovescia sulla permanenza di Renzi a Palazzo Chigi. La verità è che in alcune fortezze tedesche è partita l’operazione per togliere Draghi dalla Bce e accompagnarlo al Quirinale, il che farebbe di Renzi un premier dimezzato. Ma ci sono due «paletti» da superare: l’asse Renzi-Berlusconi che proprio sul no a soluzioni tecniche esterovestite trova il suo collante più solido; e l’orgoglio del presidente della Repubblica in carica che potrebbe rinviare il suo piano di dimissioni dall’antica dimora dei papi, e dei sovrani d’Italia.

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