Domenica 24 Marzo 2019 | 06:32

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Specie nel Sud, dove si moltiplicano le famiglie sotto i livelli di sussistenza, la chiesa è chiamata ad essere, come chiede papa Francesco, “un ospedale da campo dopo una battaglia”. L’espressione sarebbe piaciuta a don Tonino Bello che coniò l’immagine della “chiesa del g rembiule” per significare la necessità di una testimonianza ecclesiale autenticamente evangelica al servizio degli ultimi. Ma il vescovo di Molfetta visse spesso ai margini della chiesa ufficiale, che solo dopo la morte ne ha riconosciuto il tratto profetico fino ad avviarne la causa di beatificazione.
Oggi, nella chiesa di Bergoglio, un altro vescovo del Sud è stato invece chiamato alla carica di segretario dell’e piscopato italiano. E’ don Nunzio Galantino, parroco di frontiera a Cerignola e ora vescovo a Cassano allo Jonio in quella Calabria stretta nella morsa della criminalità organizzata.

E’ un segno dei tempi assai significativo, un gesto con cui papa Francesco ha voluto indicare la scelta per una chiesa che rinuncia ai segni del potere e sceglie il potere dei segni, ad iniziare dal disinteressato servizio negli “ospedali da campo” nei quali chiedono asilo, aiuto e solidarietà migliaia di poveri, di senza speranza. Don Galantino è oggi a Bitonto dove, nel solco del popolarissimo culto dei Santi Medici, attraverso le opere della Basilica e della Fondazione, è sorta una grande “tenda” sotto la quale trovano riparo poveri, anziani, immigrati e grazie ad un centro di cure palliative globali, anche i malati terminali. Uno dei tanti esempi virtuoso di quella sussidiarietà oggi più che mai necessaria per costruire una società dove, con i fatti, la centralità sia della persona e soprattutto delle fasce sociali più deboli. Specialmente in tempo di crisi, in cui dal governo centrale alle amministrazioni locali, le istituzioni pubbliche sono alle prese con dolorosi tagli alla “spesa” a cominciare da quella socio-sanitaria, l’azione di persone, associazioni, cooperative, parrocchie e volontariato andrebbe incoraggiata e rafforzata, lasciando loro spazio e garantendo sostegno.

Proprio nello spirito dell’ “ospedale da campo”, dove ai malati che chiedono di essere assistiti non si chiedono credenziali ma su di loro ci si china con misericordia e tenerezza, anche ai “medici” che accorrono nell’emergenza per prestare la loro opera volontaria, sarebbe inopportuno imporre dazi, tassando la solidarietà. Mentre la dignità, la vita stessa, di molta povera gente viene quotidianamente “espugnata” dalla crisi, non è il caso che mano pubblica e volontariato si consumino in inutili e aspre battaglie “ideolo giche” superate, tra l’altro, dall’incalzare dei nuovi bisogni e dalla necessità di porvi urgente e concreto rimedio.
Proprio a Bitonto, concludendo la sua visita nel febbraio del 1984, Giovanni Paolo II invitava le chiese e le città del Sud a dare testimonianza di comunità che sanno “collaborare in spirito di costruttiva e lungimirante concordia, operando con fiducia per lo sviluppo pieno della vostra terra”. Operare in lungimirante concordia, vuole dire mettere in crisi anche gli “egoismi solidali” e lavorare per il loro superamento. Ecco allora che come Cleobi e Bitone, i figli della sacerdotessa di Era che, spariti i buoi, trascinarono fino al tempio il carro che trasportava la loro genitrice, così stato e chiesa sono chiamati dai tempi difficili a spingere, insieme, il carro della solidarietà. Che rischia di impantanarsi in una società sempre più individualista e chiusa all’idea e alla pratica del bene comune.

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