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Le differenze tra renzismo craxismo e thatcherismo

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A chi assomiglia di più Matteo Renzi, al Bettino Craxi che per l’abolizione della scala mobile nel 1984 ingaggiò un durissimo scontro con la Cgil, oppure alla Margaret Thatcher che nello stesso periodo piegò i duri minatori britannici? Molte le analogie, ma forse, nonostante le probabili segrete ambizioni di Renzi, a nessuno dei due. E non solo perché i corsi e i ricorsi storici meritano sempre un’approfondita contestualizzazione, e trent’anni non sono passati invano.

Diciamo subito che Craxi per la verità non s’ingaggiò con la Cgil, ma il suo vero obbiettivo era sconfiggere il Pci, ed Enrico Berlinguer, che attraverso la cosiddetta “cinghia di trasmissione”, all’epoca, controllava la confederazione.
 

Così come va ricordato che la Cgil di trent’anni fa non era la stessa di oggi, era mille volte più forte e più rappresentativa della realtà produttiva del paese. Craxi, primo socialista della storia che arrivava al vertice del governo, aveva bisogno non solo di legittimarsi come statista che sapeva andare oltre gli interessi di bottega (a causa della scala mobile, il perverso e progressivo aumento del costo del lavoro procurava conseguenze per il sistema Italia da rimuovere a tutti i costi), ma anche di dimostrare che l’equilibrio, tra chi governava (Dc e alleati) e il Pci, garantito dalla pratica del famoso consociativismo, era un’ anacronistica e ingiustificata rendita di posizione per i comunisti. Niente a che vedere con quello che sta avvenendo oggi nel Pd, nella contrapposizione tra coprrenti. Trent’anni fa la lotta tra socialisti (che si richiamavano alla vecchia tradizione autonomista e socialdemocratica di Turati) e comunisti, rivoluzionari per appartenenza, “togliattiani” e riformsti nella pratica, era senza esclusione di colpi. Comunisti e socialisti governavano insieme nelle istituzioni locali, stavano fianco a fianco nel sindacato e negli organismi di massa, facevano insomma le stesse cose, ma dovevano essere diversi per genesi. Un anacronismo che con il passare degli anni si era trasformato sempre di più in un’anomalia difficile da rimuovere. I socialisti, alla metà degli anni Settanta, nelle urne prendevano tra il 9 e il 10 per cento dei voti, il Pci quasi quattro volte tanto. La lotta era impari, ma Craxi non esitò a ingaggiarla e vincerla. La storia l’ha poi completata, ma questo è un altro capitolo.

Si può oggi, come sembra fare Renzi nel Pd, paragonare quello che Craxi fece usando l’abolizione della scala mobile per regolare i conti a sinistra tra due partiti, il Psi e Pci? Trent’anni fa Craxi aveva contro Berlinguer, un Pci che superava il 30 per cento, una Cgil capace non solo di portare in piazza milioni di persone, ma anche di essere un solido modello sociale che isolò e sconfisse il terrorismo. E scusate se è poco. Oggi a contrapporsi, Renzi sembra avere di fronte solo una platea di sconfitti, di residuali e di reduci. Attribuire ad essi la responsabilità delle proprie difficoltà è ingiusto e strumentale, forse anche volgare (ma questi sono i tempi) e richiama alla mente anche qualche favoletta. Come quella che abolendo una parte dell’art. 18 si riempiono nuovamente i cantieri e le fabbriche.

Più o meno analogo il discorso sulla capacità che la signora Margaret Thatcher ebbe in Inghilterra negli anni Ottanta di imporre un modello economico iperliberista, che superasse le crisi e gli insuccessi di anni di frustrante decadenza postcoloniale. Senza dimenticare che la Thatcher in quegli anni ebbe un grande alleato, quel Ronald Reagan che con le sue deregulation cambiò gli Stati Uniti e il mondo intero, senza il cui sostegno difficilmente avrebbe potuto portare a compimento quella importante transizione. Si possono davvero mettere a confronto due personaggi che appartengono a periodi storici così diversi? In cosa Matteo Renzi può somigliare alla Margaret Thatcher? Solo perché è allergico agli incontri con i sindacati, perché attacca la Cgil? Siamo seri, non può esserci confronto. Quegli anni Ottanta del secolo scorso –e la Thatcher non era una qualsiasi capo di governo che passava il suo tempo solo a litigare con i minatori- hanno segnato la storia del pianeta e disegnato un nuovo ordine mondiale. Fu un decennio di grandi leaders, da Mitterand a Khol, si pensi soltanto ai rapporti tra Reagan e Gorbaciov, al disarmo e alla fine della Guerra Fredda. Ed anche l’Italia di Spadolini e di Craxi fece la sua parte uscendo dalla sua storica subalternità (si ricordi solo la rilevante portata politica nel contesto internazionale delle missioni in Libano o all’episodio di Sigonella).

Ed allora si possono costruire superficiali analogie tra quel periodo, quei personaggi che sono patrimonio della storia con questi nostri anni, così oscuri ed anonimi, che esprimono generalmente protagonismi di ben più dimesso spessore, e per noi italiani capaci purtroppo solo di mitragliare annunci di cambiamento e di ripresa sempre improbabili mentre il paese sprofonda a livelli che trent’anni fa erano semplicemente impensabili?

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