Martedì 26 Marzo 2019 | 23:09

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L’autunno caldo del premier stretto tra due fuochi

di Giuseppe De Tomaso
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Meno male. Meno male che la maggioranza degli scozzesi ha stracciato le pratiche di divorzio già avviate nei confronti del Regno Unito. Altrimenti la sindrome da contagio sarebbe dilagata in nazioni come Spagna e Belgio. Meno male perché in tal modo l’Europa può pensare di ripartire, nonostante le difficoltà e le contraddizioni che accompagnano il processo di integrazione.

L’ha scampata bella anche l’Italia. Se in Scozia avesse prevalso il Fronte del Sì al distacco, si sarebbe risvegliata l’anima secessionistica in regioni come Veneto e Sardegna, con la prospettiva di ulteriori danni, dopo quelli provocati dalla riforma del Titolo Quinto della Costituzione, approvata nel 2001 con l’obiettivo di disinnescare la mina separatistica di Umberto Bossi.

L’ha scampata bella anche l’Italia perché il tam tam sull’autonomia del Lombardo-Veneto avrebbe coinciso con il periodo più delicato della recente storia patria, segnata da una lunga recessione e da un pessimismo duro a morire. I mercati si sarebbero spaventati, lo spread avrebbe ripreso a salire, la produzione si sarebbe contratta più di quanto stia calando in questi anni. Insomma, uno scenario tragico simil-greco.

Ma nonostante il respiro di sollievo dopo il referendum in Scozia, l’Italia rimane la nazione messa peggio nell’eurozona. Persino l’ottimismo genetico e telegenico di Matteo Renzi inizia a vacillare. Fino a qualche settimana addietro, il presidente del Consiglio si guardava bene dal collegare il concetto di riforma al mercato del lavoro, alla sanità o alle pensioni. Per lui riforma significava innanzitutto mettere mano all’architettura istituzionale dello Stato. Ora, l’idea di riforma, anche in Renzi, richiama temi più concreti, per l’intera comunità italiana.

Era superficiale il Renzi di ieri o è troppo apprensivo il Renzi di oggi? Come per tutti gli altri leader politici, anche per Renzi il consenso è il termometro e l’obiettivo di una carriera. Renzi è ancora più attrezzato in materia, visto che spadroneggia in tv e domina le piazze reali del Belpaese. Dipendesse da lui, elargirebbe 80 euro in più al giorno, non al mese. Siccome non lo può fare, deve accontentarsi di una soluzione meno accattivante. Di sicuro l’idea di dover intervenire su statuto dei lavoratori, sanità e pensioni, non lo mette di buon umore. Anche perché il premier è figlio di quella cultura lapiriana e fanfaniana assai attenta ai princìpi di socialità e solidarietà. Ergo, per nessuna ragione al mondo l’attuale titolare di Palazzo Chigi si metterebbe in testa programmi di rigore vagamente thatcheriani o blairiani. Se lo fa, è perché qualcuno gli ha fatto o gli sta facendo capire che l’Italia sta per sprofondare in serie C, altro che risalita in seria A.

Andiamo al sodo. L’ipotesi che lo Stivale possa finire a breve sotto la severa lente dei commissari della Troika (Fondo Monetario, Bce e Commissione europea) è meno inverosimile di quanto si possa immaginare. Il Pil continua ad arretrare. La tassazione continua a salire a dispetto di tutti i moniti che giungono dall’estero. Il Parlamento prosegue indisturbato nei suoi giochi di bottega, quasi che la crisi economica riguardi la Papuasia e non la Penisola. Insomma, lo spettacolo offerto dal Paese legale, ma anche dal Paese reale, sconcerterebbe, all’estero, anche la persona più innamorata dello stile italico. Logico che i sistemi d’allarme delle cancellerie internazionali squillino come in un film di James Bond. L’Italia resta la Grande Malata del Vecchio Continente. E dato che non è l’ultima arrivata sul palcoscenico europeo, il suo febbrone rischia di rivelarsi più contagioso di un proclama di indipendenza.

Di fatto la Troika ha già avvertito Renzi dell’intenzione di desovranizzare la sua Italia. Uno, perché non si spiegherebbe diversamente la svolta renziana tra l’articolo 18 che-non-è-un-problema e l’articolo 18 che va abolito per i neoassunti. Due, perché non si spiegherebbe altrimenti il pressing del Fondo Monetario che, evidentemente non accontentandosi del testacoda di Renzi sul lavoro, ha rilanciato la palla anche su sanità e pensioni, i due settori colabrado della spesa pubblica.

Fosse per Renzi, il caso Italia meriterebbe di essere risolto in cabina elettorale. Ma la presidenza del semestre europeo, da lui detenuta, sconsiglia un simile intervento. Se ne riparlerà l’anno prossimo. Ora Renzi dovrà cercare di recuperare il tempo perduto sulla riforma del Senato. Ma non sarà semplice, visto che i suoi oppositori interni, riavutisi dopo il duplice raid renziano nel partito e nelle urne, stanno ri-affilando i coltelli, che potranno essere impugnati proprio sul tema chiave per una formazione di sinistra: lo statuto dei lavoratori. Cosicché il premier si ritrova stretto fra due fuochi: la troika internazionale gli sollecita di prepensionare al più presto l’articolo 18, per poi passare a tagliare a più non posso su sanità e previdenza; l’opposizione interna nel Pd lo diffida ad avventurarsi sul terreno disegnato dal Fondo Monetario, pena l’avvio di una guerriglia nel partito e nella coalizione, guerriglia che si sa come inizia, ma non come finisce.

Peccato. Renzi avrebbe potuto spiazzare Troika e opposizione interna se si fosse concentrato sùbito sui problemi dell’economia. Tutti lo avrebbero applaudito e lui avrebbe dato l’imprinting renziano alle sue riforme. Ora rischia di vedersele dettare da fuori, con il pericolo di farse bocciare da dentro, qui in Italia. Gli rimane una terza via, già intrapresa: mettere in agenda lo stop all’articolo 18, ma senza ricorrere allo strumento del decreto. Ma riusciranno i tempi lunghi, e forse interminabili, a convincere ugualmente il Fondo Monetario sulla sincera volontà italiana di riformare le leggi sul lavoro? E riusciranno i tempi lunghi a placare sinistra interna Pd e sindacati, che vedono in Renzi un clone maschile della Lady di ferro?

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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