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di Giuseppe De Tomaso
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Il sindaco di Shangai non ha il tempo per ricevere tutti i ministri del globo che ogni anno visitano la capitale industriale della Cina. Se dicesse sì a tutti coloro che chiedono di incontrarlo, non farebbe più il sindaco. Fa eccezione, il sindaco, solo per i capi di Stato e di governo. Questi sì possono scambiare qualche impressione con lui. Solo loro e un signore che a Shangai rappresenta il marchio di fabbrica più ammirato del pianeta: il direttore della Ferrari. Se il direttore della filiale ferrarista di Shangai si trova, colà, sullo stesso piano dei Grandi della Terra, figuriamoci qual è la considerazione riservata al presidente della Ferrari. Stellare. Del resto, se uno chiedesse a dieci ragazzi del Vietnam o della California cosa preferirebbero diventare da adulti - ceo della Ferrari o primo ministro - tutti risponderebbero senza esitazione: boss della Ferrari.

Sergio Marchionne lo ha scoperto giorno dopo giorno. Un top manager del suo livello può risanare tutte le aziende dell’universo, può interloquire quando vuole con il presidente degli Stati Uniti, ma di fronte allo status di numero uno della Rossa di Maranello, non c’è curriculum che tenga. Chi guida la Ferrari in pista e fuori pista è come dio in Terra. Davanti a lui tutti fanno un passo indietro, o si tolgono il cappello. Sarà forse per questa ragione, più psicologica che aziendale, che l’amministratore delegato di Fca ha voluto aggiungere al suo palmarès l’alloro più prestigioso: la carica che fu di Enzo Ferrari (1898-1988), la leggenda del secolo scorso.

Che Enzo Ferrari, detto l’Ingegnere, il Commendatore, il Drake, contasse nel villaggio mediatico globale più di un membro del G-8, lo poteva notare anche un bambino non appena vedeva sui tg l’immagine dei big di cinque continenti in visita alla fabbrica di Maranello. Ferrari non si spostava mai dal suo regno. Non andava a Roma e non frequentava il jet-set. Non ne aveva bisogno. Lui era Ferrari, il Mito. Anche il Papa non resisteva al suo fascino e alla tentazione di fare un giro, a Maranello, su un bolide da 500 cavalli. Figurarsi re, principi, sceicchi e presidenti. Tutti stregati da quell’italiano anti-italiano che trasformò l’automobile in un sogno e l’automobilismo in un’epopea omerica.

Ecco. Marchionne vuole vivere quest’atmosfera epica. L’adrenalina delle corse, il podio, le partenze valgono più di dieci fatturati con dieci zeri. Di qui il benservito a Luca Cordero di Montezemolo che, nonostante gli ultimi anni di magra sulle piste, non aveva sfigurato affatto al vertice della scuderia, non foss’altro perché aveva un po’ umanizzato il «cannibale» Michael Schumacher e fatto bingo con il settore commerciale. Non solo. Come uomo immagine, Montezemolo si era rivelato perfetto.

Montezemolo, però, appartiene a un’altra era: quella primordiale dell’Avvocato. Che, ad esempio, pur essendo il meno provinciale tra i capitalisti italiani, al dunque - di fronte all’ipotesi di una fusione tra la Fiat e un colosso Usa - ritraeva la mano già pronta a firmare il contratto, perché memore della massima di Giulio Cesare (100-44 avanti Cristo): «Meglio essere primi nelle Gallie che secondi a Roma». Marchionne, invece, appartiene a un’altra stagione: quella sfrontata dei Conquistatori. Che, nei momenti di crisi, anziché abbattersi, raddoppiano la posta e gli sforzi, anche a rischio di precipitare in un burrone. La loro scommessa è partire dall’ultima fila per arrivare primi, non secondi, già alla fine del rettilineo iniziale.

Montezemolo sostiene che, così facendo, Marchionne snaturerà l’italianità della Ferrari. Può darsi. Anche se il neopresidente già ha escluso qualsiasi retropensiero in tal senso, e anche se il nome Ferrari è così intrecciato con la storia del Belpaese, di cui rappresenta il simbolo più rinomato e inimitabile, che difficilmente potrebbe separarsene, sia pure per ragioni o pratiche commerciali. La Ferrari è l’Italia migliore, l’Italia attuale è la Ferrari che non vince.

Marchionne ragiona così. Non a caso ha bacchettato, nello stesso giorno, Renzi e Montezemolo. L’uomo forte della Fca è un italiano anomalo, un itangliano voglioso di corride commerciali e di sfide finanziarie. Da Renzi vorrebbe un raid sull’articolo 18, da Montezemolo avrebbe voluto un repulisti nel reparto corse a secco di vittorie.

Ora si parrà la nobilitate del Conquistatore di sangue abruzzese. Marchionne ha caricato anche di valenza politico-sportiva il suo golpe a Maranello. Lui per primo sa che i ferraristi e gli italiani si aspettano il ritorno al successo in tempi supersonici. Sarà in grado, l’uomo dal pullover blu, di soddisfare le attese, di imitare Antonio Conte che, nel giro di poche settimane, ha forgiato a propria immagine e somiglianza una nazionale che pareva più sfiduciata di Rosi Bindi dopo un faccia a faccia col premier? Vedremo.

Un’ultima chiosa. L’autoscontro di Maranello tra Marchionne e Montezemolo non è stato il massimo sul piano del fair play, anche perché ad alimentare le animosità tra i duellanti hanno dato il loro contributo le due, rispettive, tifoserie eccellenti rimaste a bordo campo. Ma non è il caso di recriminare troppo. Il compagno Mao Zedong (1893-1976) direbbe che anche il capitalismo, come la rivoluzione comunista, non è un pranzo di gala.

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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