Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:13

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Questa Italia comincia da Sud in panchina e in gol

di Francesco Costantini
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Se qualcuno vi avesse mai detto che un giorno l’attacco della Nazionale italiana - quattro titoli mondiali, una delle leggende del calcio - sarebbe stato caricato sulle spalle di una punta del Sassuolo nato a Policoro, avreste chiamato in fretta e furia il vostro fruttivendolo di fiducia per troncare ogni rapporto seduta stante: «Devi smetterla di mescolare la marijuana ai fagiolini - gli avreste gridato - che poi ho gli incubi e mi sogno Zaza centravanti della Nazionale!».

Per continuare a scherzare, eccovi davanti alla nuova Italia multietnica (quella del calcio), con il primo giocatore lucano a segno con la maglia azzurra in 104 anni di sfide, centinaia di partite, di nomi e volti che si sono avvicendati. Una sorta di favola postmoderna, col ragazzino di Metaponto (è nato a Policoro) che andava pazzo per il taekwondo, accompagnato dal padre in una palestra di Ginosa due-tre volte a settimana, finché scoprì il calcio e se ne innamorò. Simone un po’ ruvido, Simone legatissimo agli amici di sempre, Simone che aveva simpatia per il Bari «perché era la squadra più importante vicina a casa mia», Simone coraggioso al punto da decidere, a 13 anni, di emigrare al Nord in cerca di fortuna, a Bergamo, vivaio dell’Atalanta, il massimo che ci sia in Italia. Con la mamma che si trasferisce insieme a lui per stargli vicina (è figlio unico). Crescere lontani da casa, dagli affetti, dalla sicurezza di quel bozzolo che è il paese dove sei nato, senza aver paura, senza perdere la rotta, con tante notti nelle quali fare i conti con se stessi, nelle quali rimangiarsi la voglia di fare marcia indietro, per tornare giù nel bozzolo.

Invece Simone tiene duro, durissimo, debutta a 18 anni nella «Dea», lanciato da Gigi Del Neri. Poi qualcosa si inceppa: non si capisce come né perché ma l’Atalanta non gli propone alcun contratto da professionista, tanto che Zaza se ne va libero e giocondo alla Sampdoria, prima di un breve tour che si conclude ad Ascoli, 18 gol in B e un passaporto per la serie A targato Juventus. Ora i bianconeri lo hanno rivenduto al Sassuolo, tenendosi però il diritto di ricomperarlo a prezzo fisso (una quindicina di milioni di euro), perché non si fanno sgarbi al presidente di Confindustria (Squinzi, il patron di Mapei), e il biglietto per Torino sembra davvero già in tasca a Simone.

Non può essere un caso che a sceglierlo, ad avere il coraggio di buttarlo in campo al posto di SuperMario Balotelli - uno che, come Antonio Cassano, pare aver deciso di buttare alle ortiche il talento che qualcuno gli ha regalato - sia stato il primo commissario tecnico meridionale della storia della Nazionale, un altro (eterno) ragazzo del Sud che giocava con gli amici all’oratorio come avesse indosso la maglia della Juve. Antonio Conte che non ha mai avuto paura di tirare un calcio di rigore perché non ha mai avuto paura di niente, Antonio Conte che sceglie «prima gli uomini poi i calciatori». Simone è uno che è diventato uomo in fretta: in Basilicata non puoi permetterti il lusso di restare bambino troppo a lungo.

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