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Elogio dell’ozio da coltivare a settembre

di Valentino Losito
Elogio dell’ozio da coltivare a settembre
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Parlare dell’ozio a settembre, provando a farne l’elogio, può sembrare fuori luogo, fuori stagione. Quasi un non senso. La ripresa delle attività troverà molti nella condizione di un ozio forzato: la crisi ha fatto incrociare molte braccia, ha tagliato i viveri e continua a spegnere non poche speranze.

Ma settembre – come canta Francesco Guccini – è anche “il mese del ripensamento sugli anni e sull' età, dopo l' estate porta il dono usato della perplessità”. Dunque forse non è vano fermarsi per interrogarsi e capire quanto ci possa nuocere quella insidiosa febbre del fare che caratterizza la nostra affannata quotidianità.

Parlare dell’ozio a settembre, provando a farne l’elogio, può sembra fuori luogo, fuori stagione. Quasi un non senso. La ripresa delle attività troverà molti nella condizione di un ozio forzato: la crisi ha fatto incrociare molte braccia, ha tagliato i viveri e continua a spegnere non poche speranze.

Ma settembre – come canta Francesco Guccini – è anche “il mese del ripensamento sugli anni e sull' età, dopo l' estate porta il dono usato della perplessità”. Dunque forse non è vano fermarsi per interrogarsi e capire quanto ci possa nuocere quella insidiosa febbre del fare che caratterizza la nostra affannata quotidianità.

Secondo Umberto Galimberti “la nostra società lungi dall’essere liquida, come ripete Zygmunt Bauman, è in ogni suo aspetto rigorosamente recintata e cementata dalla razionalità tipica dell’età della tecnica, che chiede solo efficienza, produttività, realizzazione degli obiettivi di cui ogni anno si alza l’asticella”.

L’ozio dunque e con esso la gratuità, come possibile uscita di sicurezza in cui ciascuno può esprimere se stesso e la sua libertà, al di fuori di ogni regola di convenienza, cercando di sfuggire alla riduzione di ogni valore a quello produttivo che strumentalizza ogni attività e ogni presenza.

Una società che misura il tempo in termini di danaro ha in avversione l'ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s'instaura una circolarità viziosa. Questa convinzione, per altro, era già degli antichi: otia dant vitia.

Ma già secondo Seneca l’ozio non va inteso come fannulloneria ma come sinonimo di vita ritirata, a cui l’uomo saggio dovrebbe necessariamente votarsi per non vivere in una società corrotta. Concetti ripresi poi da Bertrand Russell che elaborò una vera e propria teoria in cui enfatizza l’importanza del sapere inutile rispetto a quello pratico, fino alla proposta di riduzione della giornata lavorativa a quattro ore.

È allora necessario recuperare il valore originario dell'ozio così come lo intendevano i greci. La parola greca scholé significa riposo, quiete, soprattutto tempo libero. L’ozio come un tempo per sé, non nella forma egoistica del farsi gli affari propri, tipica del negotium, ma tempo per meglio ritrovarsi. Non a caso l'ozio degli antichi era caratterizzato dallo studio disinteressato: non quello funzionale ai risultati immediati, ma quello necessario solo per capire, per tessere giuste relazioni con gli uomini. Nell’affare le relazioni umane sono spesso strumentali mentre l’ozio, favorendo un sapere disinteressato, libera spazio per l’intimità, l’autenticità. Tutto questo gli antichi lo chiamavano anche contemplazione.

Fermare il mondo non si può, scendere nemmeno. In una società sempre più in movimento non ci si può permettere di stare fermi. Ma procurarsi, ogni tanto, un’oasi per la mente e per il cuore non fa male. Riscoprendo la necessità di ciò che appare inutile e soprattutto che l’ozio non solo non è il padre dei vizi, ma può essere almeno lo-zio buono delle virtù.

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