Martedì 19 Marzo 2019 | 16:01

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Grazie a Dio il tempo porta sempre giustizia. Per anni si è detto di tutto contro il consociativismo praticato nella cosiddetta Prima Repubblica, accusandolo di ogni tipo di ignominia, dimenticando però che si trattava dell’unico modo per far marciare il sistema in assenza di un’alternanza al governo del Paese, ed ora si scopre che però se certi patti li sottoscrivono Renzi e Berlusconi (o meglio Verdini) si può fare, non c’è scandalo. La scusa è quella delle riforme condivise, ma mangiando mangiando viene l’appetito. E siccome all’indecenza in politica non c’è limite, in periferia crescono anche tanti piccoli Verdini ed ecco che, in occasione delle elezioni dei nuovi amministratori di quelle province che si vorrebbero invece eliminare, al tanto vituperato consociativismo si antepone un semplice neo e gli si restituisce la verginità.

Una operazione del genere si stava già portando a termine in qualche provincia della Puglia, notoriamente terra di laboratori, ma rigurgiti di antica morale politica dall’interno di entrambi gli schieramenti, pare che per il momento il disegno sia saltato. Un pari è d’obbligo perché chi ci dice che dal segreto dell’urna non esca proprio il contrario di ciò che si annuncia?

E’ il frutto della caduta delle barriere ideologiche in politica, del sostanziale appiattimento delle differenze (soprattutto in economia) tra i vari schieramenti, la crescita dei populismi e dei partiti personali, la ricerca del consenso elettorale basata sull’efficacia della comunicazione e non sulla serietà dei programmi. Tutte cose dette e ridette da sociologi e analisti di mestiere e accademie. La sostanza è che alla fine nessuno fa più politica per la politica (passi il gioco di parole…), ma ogni partito si pone come unico obbiettivo quello del governo. La strada quindi verso accordi, anche i più inverosimili, diventa l’unico percorso possibile per garantire la governabilità. Che in Italia non sia intesa come quella tedesca, questo è poi un altro discorso e gli italiani lo hanno capito bene a loro spese, dal 2011 in poi con tutti i particolari governi che si sono succeduti.

Ora si respira aria di nuove larghe intese. Il neoconsociativismo di marca Verdini appunto. Il Patto del Nazareno non è più da solo sufficiente a garantire stabilità ed efficienza perché la baldanza del Matteo Renzi che lo ha sottoscritto, si sta infrangendo contro il muro degli insuccessi in economia e non solo. A dimostrazione come in economia, dove servono atti concreti e non annunci e slogan, la terapia populista e mediatica risulti inesorabilmente inadeguata. Non solo, ma quanto potranno ancora reggere quei patti in un contesto, dagli insuccessi in economia ai privati interessi del Cavaliere (perché ci sono anche quelli), di fronte ad uno sfilacciamento del quadro politico complessivo? Non è con gli insulti e le insolenze che Renzi potrà nuovamente prostrare le sue minoranze interne. Ed Alfano quanto tempo potrà ancora concedere al superamento dei travagli di Berlusconi e del centrodestra prima di far valere la sua “golden share” sul governo? Da più parti si pensa che l’unica mossa che darebbe più stabilità all’esecutivo, ed impulso al cammino delle riforme costituzionali, potrebbe venire quindi soltanto da una intesa Renzi-Berlusconi che vada ben oltre il Patto del Nazareno. Con qualche rischio di troppo però. A cominciare dal salatissimo conto che il Cavaliere sicuramente gli presenterebbe, partendo dalla giustizia e senza escludere il sistema televisivo e delle comunicazioni in questo periodo particolarmente vivace. Quanto conviene a Renzi e al Pd un regalo del genere ad un Berlusconi in piena e inarrestabile parabola discendente?

Secondo gli ultimi sondaggi la popolarità dell’ex sindaco di Firenze è ancora cresciuta. La gente sembra perdonargli l’<annuncite> e gli insuccessi in economia e sul fronte dell’occupazione, ma lo ritiene ancora l’unico politico in grado di portare a compimento le riforme e traghettare il Paese oltre la stagnazione. Renzi ha messo da parte il suo “piè veloce” scegliendo percorsi più lunghi, fissandoli addirittura alla naturale scadenza della legislatura. Ma forse sarà proprio l’ampia dimensione del consenso popolare di cui egli oggi gode che potrebbe consigliargli di modificare strategia, accantonando l’ipotesi di un nuovo patto con Berlusconi e progettando un ricorso anticipato alle urne, fissandolo per la prossima primavera. Senza avere di fronte temibili avversari a destra come a sinistra, legittimerebbe la sua leadership politica con un suffragio elettorale, rinnoverebbe a proprio vantaggio le rappresentanze parlamentari per rendere più agevole il percorso delle sue riforme, eleggerebbe il nuovo Capo dello Stato (pensando magari a Veltroni, con buona pace di vecchi e nuovi democrat). Fanta politica?

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