Domenica 24 Marzo 2019 | 11:55

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di Giuseppe De Tomaso
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Fossimo in Matteo Renzi non esagereremmo con la politica spettacolo, non già perché solitamente agli applausi fanno seguito i fischi quanto perché lo show continuo non giova alla credibilità della politica-politica. Probabilmente in passato era eccessivo il pieno di ieraticità e inaccessibilità accumulato dalla classe politica, ma oggi è assai debordante il tasso di mediaticità e complicità. Il che rende difficile distinguere il buono dal giusto, il profondo dal superficiale, il serio dal faceto.

Lo show permanente agevola il ruolo dei professionisti dello sciocchezzaio, riduce i problemi più complicati a rubriche enigmistiche, rischia di trasformare in farsa anche le tragedie più acclarate.

Il grande elzevirista Ennio Flaiano (1910-1972) ribadirebbe con più convinzione che il cretino (adesso) si è specializzato a tal punto da aver contagiato anche la classe dirigente, che pure dovrebbe svolgere una funzione pedagogica nei confronti di governati e amministrati. Gli scrittori Fruttero&Lucentini aggiungerebbero che la prevalenza del cretino è sempre più inarrestabile, per cui viviamo in una fase di cretinocrazia. Il luciferino Carlo Maria Cipolla (1922-2000), coltissimo storico dell’economia, troverebbe ulteriori argomenti a sostegno delle sue geniali leggi sulla stupidità umana. Qualche scienziato potrebbe chiamare in causa l’ecosostenibilità dell’aria, forse compromessa da polverine invisibili, ma, per così dire, stupidogeniche.
 

Insomma. La crisi in cui versa il Belpaese, insieme con parte dell’Europa, non è figlia del destino cinico e baro, né degli squali della finanza. Se l’Italia va di male in peggio, probabilmente la causa va ricercata innanzitutto nel «combinato disposto» tra il lavoro che non c’è, non si cerca, e a volte non si onora, e alcune politiche palesemente autolesionistiche, tanto da rendere inevitabili, a tutti i livelli, le domande sulle effettive capacità di chi governa, legifera e controlla.

Prendiamo l’economia. Dopo 55 anni, lo Stivale vive una fase di deflazione che è l’opposto dell’inflazione (prezzi alti ed espansione monetaria). Molti esperti sostengono che basterebbe agire sul denaro, cioè ridurre a dismisura il suo costo, per risanare un sistema economico moribondo. Magari fosse così semplice: la crisi si esaurirebbe con un colpo di bacchetta magica.

Forse la «vulgata» corrente la pensa diversamente, ma la storia dimostra che lo sviluppo economico non dipende dal denaro, semmai dalla produzione. Se fosse sufficiente stampare banconote a volontà, il dramma della povertà sarebbe cessato da tempo.

Ecco. L’Europa monetaria è nata proprio per impedire la monetizzazione del debito, cioè per precludere agli Stati di pagare i propri debiti con l’inflazione prodotta dall’aumento della massa di denaro circolante. L’inflazione è la tassa più ingiusta perché colpisce soprattutto le fasce più deboli. Ma oggi, stranamente, l’inflazione incontra inconsolabili nostalgici, del tutto dimentichi che la deflazione (pur vituperabile) è la conseguenza dell’inflazione, o meglio ne rappresenta la cura disintossicante. Che vogliamo fare: ritornare al carovita a due cifre, tradizionalmente propedeutico, meglio di un tappeto, verso tutti i movimenti antidemocratici (i fascismi sono stati concimati dall’inflazione)?

La verità è che, per ripartire, bisogna tornare a produrre beni e servizi. Il denaro è solo un mezzo di scambio. Se non si torna a produrre, il presidente della Bce Mario Draghi potrà estrarre dal cilindro più sorprese del mago Silvan, ma la recessione non risalirà di un punto. Negli anni Novanta, le autorità giapponesi arrivarono al punto di regalare il denaro per guarire l’economia dalla stagnazione endemica. Risultato: zero. In sintesi: se la nuova liquidità non è legata alla produzione, anche il ministro più provetto è destinato a fare l’apprendista stregone.

Per intenderci. La questione italiana non è il consumo (basso), ma la produzione (modesta). È la produzione che genera risorse per acquistare altre merci. Se lo Stato immette liquidità su liquidità, non fa altro che alimentare «spese di consumo» fittizie, non collegate alla produzione reale. E a volte lo Stato nemmeno riesce a creare «spese di consumo», come ha confermato la vicenda del bonus di 80 euro in busta paga. Nessun commerciante si è accorto della novità.

Purtroppo, una frettolosa lettura dei saggi dell’economista John Maynard Keynes (1883-1946) ha generato una sub-dottrina più pericolosa di una discesa aerea senza paracadute: la sub-dottrina che porta a demonizzare il risparmio, attraverso la sub-sub-sub-teoria che più l’uomo risparmia, più diventa povero. Bah. È davvero bizzarro (eufemismo) pensare che la produzione di consumi sia più importante della produzione di beni, ossia di ricchezza. Ma, tant’è.

I continui cali del Pil, che stanno portando la Penisola nella serie C delle economie, derivano in gran parte da questa distorsione, da questo ribaltone culturale, sui concetti di risparmio e lavoro. Una deriva agevolata e giustificata da parecchi gruppi cretinocratici ai vertici delle istituzioni, al centro e in periferia. Deus dementat quos perdere vult (Dio fa perdere la ragione a quelli che vuole rovinare), sostiene un proverbio latino. Speriamo che Dio faccia il miracolo e che ci faccia recuperare il senno. Altrimenti non basteranno tre generazioni per rimediare agli errori causati dalla devastazione dei sacri princìpi del lavoro e del risparmio.

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