Rebus Province, rompicapo da settimana enigmistica

RINO DALOISO
Sorprese dell'aritmetica applicata alla democrazia (indiretta): uno non vale uno e due più due non sempre fa quattro. La riprova? L'avremo con l'applicazione della riforma Delrio, quella che "depotenzia" (ma non troppo) le Province e rende operative le Aree Metropolitane (tra cui quella di Bari) 24 anni dopo la loro istituzione nel lontano 1990.

Dopo le iniziali incertezze e l'immancabile proroga, infatti, pugliesi e lucani saranno chiamati a votare tra domenica 28 settembre e domenica 12 ottobre il nuovo consiglio metropolitano di Bari e i nuovi consigli provinciali di Foggia, Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Lecce, Taranto, Potenza e Matera. Beninteso, non tutti i cittadini elettori di Puglia e Basilicata avranno titolo per recarsi alle urne, ma soltanto sindaci e consiglieri comunali in carica. I quali sindaci e consiglieri comunali sono eleggibili alla carica di consigliere metropolitano o provinciale.

Limitatamente alla prima applicazione della nuova normativa sulla elezione (meglio: nomina?) di ciascun presidente e consiglio provinciale, saranno eleggibili, inoltre, anche i consiglieri provinciali uscenti. In pratica: coloro che hanno appena perduto gli scranni per legge sopravvenuta non voteranno, ma potranno essere votati. E potrebbero anche diventare presidenti delle province delle cui assemblee hanno fatto finora parte. Certo, se c'è stata un'istituzione in Italia a lungo bersaglio (per vari aspetti, anche ingiustamente) della battaglia "anticasta", questa è stata certamente la provincia. Anzi, ne è diventata l'emblema per definizione.

Dopo essere sopravvissuta ai ripetuti tentativi di "cancellazione", però, la furia iconoclasta ha paradossalmente partorito il topolino della elezione indiretta e di secondo grado dei suoi organi rappresentativi da parte di sindaci e consiglieri eletti per altri compiti nei comuni. Tutto avverrà naturalmente con la supervisione dei rispettivi partiti e coalizioni di appartenenza, fra trattative, veti, sorprese e sgambetti che fanno tanto revival (ma è mai scomparsa?) della prima Repubblica. Insomma, più che un colpo alla "casta" (intanto il Parlamento ha già ripristinato i rimborsi per i presidenti e i consiglieri provinciali che verranno), si è trattato di un colpo messo a segno dalla "casta". E poi dicono che l'eterogenesi dei fini non esista.

Qualcuno dirà: beh, le province nella riforma costituzionale approvata qualche giorno fa in prima lettura al Senato sono destinate a scomparire. In teoria. Perché ammesso e non concesso che quell'iter vada in porto e superi anche lo scoglio del referendum confermativo (saranno necessari almeno un paio d'anni), al momento le province, ancorché chi la rappresenta non venga più eletto dal "popolo sovrano", si consolidano eccome.

Sottolineava non a caso l'Unione province italiane nell'aprile scorso: "La legge approvata pertanto non prevede più lo svuotamento delle funzioni provinciali, come originariamente era stato previsto dal Governo, ma il ridisegno del ruolo delle Province: da enti eletti direttamente dai cittadini che hanno distinte funzioni amministrative, ad enti di secondo livello strettamente legati ai Comuni del territorio, che esercitano direttamente alcune specifiche funzioni fondamentali di programmazione, coordinamento ed area vasta ma, allo stesso tempo, d'intesa con i Comuni del territorio, possono assumere un ruolo essenziale per la gestione unitaria di importanti servizi che oggi sono svolte a livello comunale o impropriamente esercitati da enti o agenzie operanti in ambito provinciale o sub-provinciale".

Ma c'è un altro aspetto, circolare "esplicativa" diramata nei giorni scorsi dal ministero dell'Interno alla mano, che in questi giorni viene clamorosamente in evidenza: ed è la sproporzione tra il "peso" (già, perché in barba alla democrazia rappresentativa, nel caso delle province e aree metropolitane, i voti non si conteranno più, ma si "peseranno") dei grandi elettori di alcune città rispetto a quelli di altre. Vari casi vengono segnalati in lungo e in largo per l'Italia, a Prato, Rimini, Roma, Lecce, La Spezia, Massa Carrara, Genova, Imperia, ma il più clamoroso probabilmente è quello della sesta provincia pugliese. A causa del sistema di fasce demografiche adottato e "indice di ponderazione" annesso, infatti, il voto di ognuno dei 41 grandi elettori di Andria sarà moltiplicato per 853,658 (l"indice" di cui sopra) e quindi peserà quasi tre volte in più rispetto a quello di ognuno dei 116 dei grandi elettori di Barletta, Trani, Bisceglie e Canosa ("indice" 301,724). Tutto perché alla fine il "letto di Procuste" della ponderazione deve far pesare 235.181 abitanti (quanti in totale ne contano Barletta, Trani, Bisceglie e Canosa, inseriti nella fascia demografica che va da 30mila a 100mila abitanti) al massimo per il 35% dei consensi assegnati, cioè tanto quanto i 100.052 abitanti di Andria (inseriti nella fascia demografica che va da 100.000 a 250mila abitanti).

La sperequazione non è passata inosservata all'on. Pino Pisicchio (Gruppo misto), che ne ha fatto oggetto di una interrogazione al ministro dell'Interno, Angelino Alfano. E se vi sembra di avere a che fare con un rompicapo da Settimana enigmistica piuttosto che con un sistema per eleggere, seppur indirettamente, i vostri rappresentanti, beh, decidete voi. Forse aveva proprio ragione George Orwell: "La libertà è poter affermare
che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue". Viceversa, se non è garantito, allora vuol dire che i tempi si fanno davvero grami. O no?
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