Martedì 26 Marzo 2019 | 23:44

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di Michele Cozzi
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MICHELE COZZI
La cultura materiale del Belpaese assomiglia, sebbene in senso rovesciato, alla storiella dei due pesciolini raccontata dallo scrittore David Foster Wallace ("Questa è l'acqua"): “Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve ragazzi com'è l'acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po', poi uno guarda l'altro e fa: “Che cavolo è l'acqua?”.
La stramba politica italiana vede le maschere della commedia rovesciate, con il giovane pesciolino (il premier, che pone le domande fondamentali), e i pesci anziani che danno tutto per scontato (l'acqua non si tocca, è un elemento naturale, quindi un diritto acquisito).
Ma la trama ci sta tutta.

Da pochi mesi nel “laboratorio Italia" un giovane “apprendista stregone” cerca di rovesciare gli elementi del patto sociale su cui si è retto il Paese: spesa pubblica (quindi l'ipertrofia della pubblica amministrazione, soprattutto al Sud), piccola impresa con libertà di evadere le tasse al Nord, più una miriade di leggi e leggine (le analisi di Ainis in Privilegium sono illuminanti) che hanno creato un mega-stato corporativo.
Quel patto non regge più per quella che i sociologi degli anni Settanta chiamavano crisi da overload, cioè da sovraccarico, (le spese superano di gran lunga le entrate). Il tutto in un contesto in cui il vincolo estero (la troika, Commissione Ue, Bce e Fondo monetario) detta le regole del gioco. Come se ne esce? L'impressione è che anche l'”apprendista stregone” proceda a tentoni. E che gli
manchi il coraggio per sperimentare una nuova miscela. Con tutti i rischi del caso. A cominciare da quello di mettersi contro l'esercito di pesci anziani che vive in acque basse e caldicce. “La vecchia generazione - scrive lo psicoterapeuta Massimo Recalcati, uno dei punti di riferimento culturale del premier - non molla il posto, non vuole tramontare, non vuole uscire di scena,non vuole lasciare il testimone e uccide i figli".
Non a caso Renzi ha cominciato dalla riforma costituzionale. Che tocca relativamente la pancia del Paese, ma che serve a rilanciare il senso di responsabilità della Politica che autoriforma e si autorottama. E solo con annunci tocca, almeno per ora, le questioni essenziali: le riforme della pubblica amministrazione, della spesa pubblica,della giustizia, del mondo del lavoro ( con il timore di toccare l'art. 18 per non irritare la sinistra sociale), del sistema fiscale (lo strangolamento da super tasse), della scuola. Ancora una volta l'impressione è che anche Renzi sia prigioniero del governo dell'emergenza, delle crisi che si susseguono, delle micro-riforme che cambiano poco. In pratica, di una visione, direbbero gli economisti meramente anti-ciclica della crisi. Che non basta per venire fuori dal pantano.
Forse qualche suggerimento il premier potrebbe tirarlo fuori dalla lettura del saggio di Mariana Mazzucato “Lo Stato innovatore” (Laterza). È uno dei libri che il premier ha acquistato prima di andare in vacanza. È un'analisi controcorrente (vuole dimostrare come negli gli Stati Uniti, la patria del capitalismo e del libero mercato, il ruolo dello Stato innovatore sia essenziale) perché smonta con una miriade di dati e analisi il pensiero unico sulla virtù salvifica del mercato. Contro il luogo comune dello Stato spendaccione e soprattutto fallimentare.
Ritornare al ruolo dello Stato? È un'indicazione da brividi, anzi un tabù in un Paese che fino a pochi decenni fa produceva panettoni. Ma l'analisi di economie come quella americana, ma anche dei paesi in forte espansione dell'Estremo Oriente, dimostra che senza un intervento massiccio dello Stato nel mondo della ricerca e dell'innovazione non si esce dalle sabbie mobili.
Quando Renzi, o chi per lui, comincerà a destinare qualcosa in più dello 0,niente del bilancio per la ricerca e l'innovazione forse allora il Paese incomincerà a vedere un po' di luce in fondo al tunnel.

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