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di Giuseppe De Tomaso
Lusso e qualità, cioè più sviluppo e solidarietà anche in Puglia
GIUSEPPE DE TOMASO

Fa più bene al prossimo un signore che nasconde i suoi tesori in Svizzera vivendo come uno spilorcio, o un signore che mostra la sua ricchezza a tutti vivendo nel lusso sfrenato come un Crasso (115-53 avanti Cristo) o un Lucullo (117-56 a. C.), i due uomini più danarosi dell’antica Roma? Il primo signore, mega-miliardario, assimilabile alla figura di Mazzarò, l’avido e avaro accumulatore descritto da Giovanni Verga (1840-1922) nella novella La roba, è meno bersagliato e invidiato dai suoi simili più sfortunati. «In fondo - si consolano quest’ultimi - quello sarà pure ricco a palate, ma vive più o meno come noi, anzi lo ammiriamo per il tenore di vita sobrio e risparmioso». Di sicuro il magnate che non spreca è più furbo di mille serpenti.
Non viene sbertucciato dai gossipari, non viene catalogato tra i «nemici di classe» dagli spiriti più ideologizzati, si risparmia mille rogne di tipo mediatico e reputazionale.

Completamente rovesciato, invece, è il quadro dei «cresi» tipo Aristotele Onassis (1906-1975), o Roman Abramovich. I paparazzi non dànno respiro, i giornali ospitano scandalizzati i resoconti sulle loro spese folli, i «nemici di classe» li additano a simboli satanici da abbattere senza pietà.
Eppure il lusso, a pensarci bene, è il primo finanziatore della solidarietà. In fondo, gli amanti dell’agiatezza che fanno? Pur di vivere nell’oro, si liberano di molti averi e creano un indotto mica da nulla: la produzione di auto da sogno, la costruzione di panfili da favola, la confezione di abiti sartoriali eccetera.

Settori che dànno occupazione a milioni e milioni di persone. Infatti. Non appena lo Stato italiano - con la lungimiranza di un gambero - ha deciso di portare alle stelle la tassazione della nautica, i diportisti sono scappati, le nuove imbarcazioni sono rimaste invendute, e i cantieri si sono riempiti di disoccupati.
A differenza di molti interventi assistenziali decisi dallo Stato, interventi che spesso ingrassano burocrazie sempre più fameliche, il lusso costituisce la forma più diretta di solidarietà. Una solidarietà da privati a privati. Maggiordomi, camerieri, marinai, sarti personali - oltre ai dipendenti dei brand del lusso - devono il loro stipendio alla voglia matta di alcuni super-falcoltosi di vivere come Gabriele D’Annunzio (1863-1938), senza avere i debiti del mitico Vate abruzzese, che trascorse gran parte della sua vita inseguito da donne abbandonate e da creditori bidonati.

Fanno sorridere certe polemiche sul matrimonio prossimo venturo, in terra di Fasano, dell’erede di un riccone indiano. Fanno sorridere perché tradiscono un’invidia sociale che rasenta, anzi oltrepassa, il più sciagurato autolesionismo. Ma come, un big del ferro mondiale sceglie di investire 10 milioni sulle nozze «pugliesi» della sua creatura, e noi ci mettiamo a filosofare sui soldi che si buttano e sui due marò prigionieri in India? Saranno pure buttati i soldi per questo evento kolossal, ma sono sempre soldi di un privato, per giunta straniero, che decide di spenderli o investirli (fate voi) dalle nostre parti, gratificando circa 1500 persone. Non sta facendo solidarietà questo pagatore asiatico?

I marò. Giusto non dimenticare la loro vicenda. Ma che c’entrano le spese milionarie di un miliardario indiano con le decisioni del governo di Delhi sulla sorte dei fucilieri pugliesi? Sarebbe come colpire per rappresaglia tutti i cittadini di una nazione poco gradita. Di questo passo le guerre si moltiplicherebbero come conigli. Vogliamo arrivare a questo stadio?

Le lezioni del matrimonio dell’anno di prossima celebrazione nel Fasanese sono due. La prima l’abbiamo già affrontata: è il rapporto di causa-effetto tra lusso e solidarietà. La seconda lezione riguarda il Mezzogiorno. Anziché mugugnare sullo scialo di quattrini da parte di alcuni imperatori finanziari, il Sud farebbe bene a riflettere sulla prospettiva, sulla strada che questi gnomi, direttamente o no, suggeriscono: il Sud e la Puglia in particolare possono trasformarsi nel polo del lusso, che significa più Pil e più posti di lavoro. La definizione «polo del lusso» potrebbe urtare la suscettibilità dei cultori del linguaggio politicamente corretto? Va bene. Potremmo indicare alla Puglia l’obiettivo dell’alta qualità. L’importante è creare ricchezza, cioè benessere per tutti.

Ecco perché alla Puglia servirebbero altre dieci, cento Borgo Egnazia, cioè altre decine di eccellenze nell’arte dell’ospitalità nel cosiddetto «alto di gamma». I Melpignano sono riusciti a realizzare un «miracolo» sulle rive dell’Adriatico. Anche altri potrebbero riuscirci. E forse ci stanno già riuscendo. L’importante è non farsi prendere dalla cultura del «non si può».

L’«alto di gamma», in campo turistico, presenta questo di bello in una regione come la Puglia: nessun concorrente può ripetere l’operazione in un altro angolo del pianeta. Ecco perché bisogna investire e insistere su questa strada, dai porti turistici (Polignano docet, ma Otranto non vuole apprendere) al resto dei settori di alta classe. Con tutto il rispetto: in Puglia non devono attraccare solo le navi o le carrette dei disperati. Per nutrire i più poveri, c’è bisogno anche delle spese pazze dei più ricchi.

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