Martedì 19 Marzo 2019 | 15:38

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«Colei che non ha ancora generato che generi. Colui che non ha ancora ucciso che uccida!». Animale, viscerale, ancestrale l’invito di una canzone ultramillenaria della Magna Grecia. Era quello il mondo: le donne partorivano, gli uomini uccidevano. I codici sarebbero arrivati molti secoli dopo. La «civiltà», come noi proviamo a intenderla, come noi pensiamo che debba essere, sarebbe sorta come un’alba salvifica in un giorno di mille e mille anni dopo. Nel frattempo aedi, lirici e tragici cantavano di quella società dove Medea, dopo averli partoriti, i figli li uccideva per vendicarsi del suo sposo.

Per induzione, dovremmo ipotizzare che il tempo è trascorso invano. Che l’alba non è mai realmente sorta. Che tutta l’evoluzione del pensiero, della morale e del sentimento siano solo utopia. Cosa è cambiato realmente se donne e uomini continuano a massacrare i figli incolpevoli? L’animo umano sembra involversi proporzionalmente alle conquiste tecnologiche, l'unica vera testimonianza del futuro nel quale dovremmo trovarci rispetto alla Notte dei Tempi.

L’estate 2014 ci consegna agghiaccianti episodi di cronaca, sangue innocente versato come nella più consumata, proverbiale tragedia greca. Catania: un padre dal cuore deformato uccide a coltellate la figlia di 12 anni, tenta di fare altrettanto con la sorella 14enne poi prova a uccidersi (ma dannatamente fallisce). Perché? La moglie, la madre delle ragazze, se n’era andata, forse con un nuovo amore. E dunque quale colpa è toccato espiare a queste due ragazzine? La colpa di una madre traditrice, di un padre folle? O della fragilità complessiva dei legami, degli affetti, delle reazioni, degli uomini e delle donne?
Quanto alla «follia», pure c’è da interrogarsi. La follia spesso è un alibi sociale, una scorciatoia, un’attenuante laddove non diventi perfino una sorta di giustificazione.

Hanno ragione allora gli psichiatri quando dei genitori assassini (come di certi mariti assassini) sentenziano senza appello: «Sono lucidi, aggressivi e determinati». Altro che comoda follia. Vendetta, rancore, ferita narcisistica: qualunque cosa scateni la voglia di ucidere i figli per punire i partner, appartiene a un mondo oscuro che deve spaventarci, perché è nascosto da qualche parte dentro di noi, nella nostra capacità/incapacità di relazioni, nella violenza che coviamo come una bomba ad orologeria. Deve spaventarci la miccia, la scintilla che può innescare la bomba, perché nessuno di noi realmente la conosce. E ancora interroghiamoci sull’«emulazione».

Davvero la divulgazione ossessiva (a esempio da parte della Rete) di certi fatti di cronaca e di certi particolari è ininfluente sulla serie di stragi familiari cui stiamo assistendo? Dovremmo forse tacere tutti per evitare altri ammazzamenti? Lettura semplicistica, anche perché l’evoluzione (quella sì) delle comunicazioni rende vano ogni tentativo di bavaglio. Le notizie sono un oceano inarrestabile: potremmo perfino arrivare all’assassino che si scatta il selfie mentre spara o taglia qualche gola e poi lo posta sui social network per contare il numero dei «mi piace».
L’emulazione è piuttosto ancora una volta la testimonianza della nostra radice bestiale e involuta: l’uomo è un animale sociale incline ad appropriarsi dei gesti degli altri uomini per agire, nel bene e nel male. D’altronde la sociologia coniò il termine «Effetto Werther» per l’ondata di suicidi susseguente alla pubblicazione del noto libro di Goethe. Non ci inventiamo nulla, tutto è già stato sperimentato, analizzato e descritto sulla brutalità del genere umano. Ma anche, diametralmente, sulla sua pietas: i fatti di Catania ci hanno anche dato commozione e indignazione. Magari qualcuno avrà recitato una preghiera per quella ragazzina ammazzata. Forse anche per il padre. Siamo luce e ombra. Da sempre.

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