Martedì 26 Marzo 2019 | 17:08

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Il collettivismo pensionistico nell'Italia delle cicale

di Giuseppe De Tomaso
Il collettivismo pensionistico nell'Italia delle cicale
GIUSEPPE DE TOMASO
Se la Germania gioca la sua sfida economica pensando ai giganti vecchi e nuovi del pianeta, il resto dell'Europa, in primis l'Italia, gioca la sua partita economica pensando alla Germania. Il paradosso o, se vogliamo, la frustrazione della Germania è di essere una potenza troppo grande per l'Europa e troppo piccola per il mondo. La condizione, o la condanna, invece, di Paesi come l'Italia è quella di essere contemporaneamente un’entità piccola per l'Europa e minuscola per il mondo. Cosicché quando il Pil tedesco cresce meno del dovuto o, addirittura, registra cali degni della nostra Penisola, a malapena da noi si riesce a nascondere un'espressione di soddisfazione, della serie «Vedete, anche i ricchi piangono, non siamo gli unici a sbagliare politica economica e a soffrire». Mal comune, mezzo gaudio.

È una reazione, quella di esultare, o di consolarsi troppo, per le battute d'arresto altrui, al limite del masochismo. Primo, perché la stagnazione del Belpaese ha radici più antiche e profonde che non la crisi finanziaria scoppiata (e approdata anche in Germania) nel 2007. Secondo, perché, pure in Europa, ci sono zone, vedi la Spagna, avviate sulla strada della ripresa produttiva da quando hanno varato con coraggio quelle riforme osteggiate o rimandate in Italia, e bocciate anche in nazioni strutturalmente più robuste come la Francia (che per certi versi sta peggio di Sorella Italia).

L’esultazione per il testacoda dell'economia tedesca si fonda su un postulato assai pericoloso: la politica del rigore sta penalizzando anche Berlino. È una tesi assai ardita, al confine dell'incoscienza, fondata sulla convinzione che più debito produce più crescita. Eppure non si hanno notizie di Stati super-indebitati e nello stesso tempo più scattanti di una gazzella. Evidentemente non ce ne siamo accorti o ci siamo persi qualcosa. Ma, tant'è.

In questo modo sono passate in secondo piano le possibili cause della brusca frenata tedesca: dall'approvazione del salario minimo all’abbassamento dell'età pensionabile, tutte misure che, appunto, richiedono più spesa pubblica.

Ora. Di tutto ha bisogno l'Italia tranne che di una maggiore spesa pubblica. Sarebbe come dare più cocaina a un tossicodipendente o più numeri di telefono femminili a un maniaco sessuale. L'Italia ha bisogno di riforme di libertà, non di stangate fiscali chiamate manovre e riproposte periodicamente in nome della lotta al debito e alle disuguaglianze sociali, disuguaglianze che, rilevava Luigi Sturzo (1871-1959), solitamente aumentano proprio quando dilaga lo statalismo.

Fino a 40-30 anni fa la Spagna era un gigantesco Mezzogiorno d'Italia: arretratezza assoluta nel Mediterraneo, lontananza strutturale dall'Europa. La Penisola italica per la Penisola iberica costituiva un modello irraggiungibile, sia nelle cifre del Pil sia negli indici di benessere che quelle cifre indicavano. Poi la Spagna ha cominciato i «compiti a casa» per essere promossa, e le distanze tra Madrid e Roma si sono accorciate parecchio, con Roma sempre in panne e Madrid in corsa come Fernando Alonso. Certo, colà si avvertono ancora gli effetti negativi della crisi finanziaria (2007-2013), ma oggi la Spagna può vantarsi di aver affrontato meglio di altri la congiuntura internazionale.

Non sarà facile per l'Italia risalire la china. Tutti i governi degli ultimi anni, in preda a una forsennata crisi di astinenza da tassazione, si sono messi a martellare il punto di forza della ricchezza degli italiani: la casa e gli immobili in generale. La mega-patrimoniale ha falcidiato il valore di scambio della casa, che per decenni, anzi per secoli, ha rappresentato il bene rifugio più inattaccabile, la forma di risparmio più solida. Ovvio che, dopo le continue batoste tributarie, i consumi interni debbano risentirne: gli italiani, affezionati al mattone, sono tutti più poveri. E non è ancora detto che la tentazione tassaiola si sia placata. L'ideona della patrimonialona incontra tuttora tifosi da curva sud, roba da brivido alla luce della devastazione già in atto tra i valori immobiliari.

Insomma. La gelata dell'economia tedesca rischia di provocare un ulteriore effetto trascinamento a svantaggio dell'Italia. Primo, perché Italia e Germania sono partner fondamentali sul fronte degli scambi economici: se cede uno, sta male anche l'altro. Secondo, perché i dati sul Pil tedesco potrebbero ridare fiato, a Roma, al partito della spesa a oltranza. Terzo, perché gli stessi dati potrebbero offrire forza a un ribaltone, anzi a una perversione culturale, quella secondo cui la formica ha torto mentre la cicala ha sempre ragione. Principio dissennato che sta per trovare nuova applicazione nel collettivismo previdenziale prossimo venturo: batosta sulle pensioni medie (2.500 euro lordi mensili) per finanziare nuove spese incontrollabili. Pazzesco. Un nuovo disincentivo al merito e all'impegno per garantirsi un avvenire più tranquillo.

Quando l'Italia scelse la prospettiva europea per il suo futuro, gli ottimisti si dissero arciconvinti che l'Europa avrebbe europeizzato l'Italia, invece i pessimisti pronosticarono che l'Italia avrebbe italianizzato l'Europa. Tutto sommato, hanno avuto ragione entrambi, anche se oggi sembra prevalere l'idea del contagio da parte italiana. La cui crisi non e' più circoscritta al Mezzogiorno, ma imperversa nell'intera nazione. Speriamo bene, ma se ci su mette pure la Germania a dire, indirettamente, che dobbiamo ridarci alla pazza gioia, stiamo freschi. E tocchiamo ferro.

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