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di Michele Cozzi
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È una comunità strana, anzi post-moderna, quella della famiglia «Italia». C'è chi parte, nel silenzio generale, e c'è chi arriva, tra borbottii e malumori mal nascosti. I primi non hanno più fiducia in questo Paese, i secondi sperano e credono di arrivare in una comunità paradisiaca.

Da anni i segnali di una nuova emigrazione erano evidenti. Ora, le ricerche sociologiche confermano il doppio volto degli italiani non più con la valigia di cartone, ma con tutte le diavolerie delle tecnologie.

Lo scenario si ripete sempre con più frequenza. Due trolley campeggiano nel salone. Non sono lì per le vacanze, ma sono il segnale di due vite accomunate dallo stesso destino: la fuga dalla famiglia e, ancor più, dal proprio Paese. Lui, il vecchio capofamiglia, cinquantenne, è corrucciato, non nasconde la rabbia contro un Paese che lo costringe a partire, a lasciare i suoi cari (la famiglia, gli amici, il vecchio spazio sociale). Lei, invece, ha poco più di vent'anni, diploma, laurea, qualche master alle spalle. Sa che per ritagliarsi un posto al sole in questo Paese deve sgomitare, lottare. Ha deciso che forse è meglio tentare altrove. Mettendosi in discussione, rivedendo i vecchi parametri di educazione sociale e familiare.

Così mentre il papà parte disperato, la figlia è piena di speranze. Il primo, costretto a fare l'emigrante a cinquant'anni, sente la fuga come una sconfitta personale e sociale. Per la ragazza, invece, è un mondo che si apre.

Padre e figlia sono lo specchio del doppio volto dell'emigrazione del Belpaese, come emerge dalla ricerca del centro studi della Cna, dedicata alle nuove migrazioni. Tra il 2007 e 2013, il tempo della crisi, sono emigrate 620mila persone. In termini assoluti, i giovani sono quelli che scappano di più: il 36,3% tra i 30 e 39 anni, il 27,8% tra i 15 e 29 anni, mentre è salita al 21,9% la fascia tra i 40-49 anni e al 14% quella tra i 50-64 anni. Quindi, se dai dati trova conferma che i giovani italiani si sono liberati da vecchio cliché dei bamboccioni (casa, lavoro e relazione sentimentale a un passo da casa), è un dato inedito che stia aumentando la quota di chi ha i capelli grigi e che decide di tagliare col proprio passato e tentare l'avventura lontano da casa.

Cosa sta accadendo? La dinamica sociale che emerge dai dati indicano un Paese sempre più a due volti. I meno giovani costretti dalla crisi a cercare nuove frontiere (ma anche una parte minima, così al passo delle tecnologie, che cerca realizzazione sul mercato globale) e i più giovani, sempre più cittadini del mondo, che avvertono la «pesantezza del territorio», come dicono i sociologi, e vanno all'estero (scappano, diciamolo chiaramente) in cerca di una nuova chance.

E sono i giovani che aprono uno squarcio di speranza, perché rappresentano un nuovo evo per un Paese ingrigito dalla crisi economica ma anche culturale. Vanno all'estero, per completare gli studi, per imparare una lingua straniera (handicap atavico anche delle cosiddette classi dirigenti) oppure anche e semplicemente per lavorare. È la generazione 2.0, che non ne può più di lacci, lacciuoli, dei poteri di veto, di corporazioni di ogni tipo che hanno occupato «tutti i posti a sedere», di una Politica piena di parole che non conduce più a nulla. Paradossalmente sono giovani pieni di speranza, ma fortemente delusi dal loro Paese e anche dai loro padri.

Sono coloro che, più o meno consapevolmente, comprendono quella che rappresenta una delle facce della nuova modernità: il superamento del «concetto di luogo», surclassato ormai dal «concetto di spazio». Che è globale, scrive Marco Revelli, «in cui la spazialità nazionale viene travolta e dissolta, ne vengono forzati i confini, nella sostanza viene delegittimata e svuotata». È un altro degli effetti della crisi dello Stato-Nazione. E del nuovo disordine globale.

I padri costretti a scappare rappresentano la sconfitta della Politica; i giovani che partono, la speranza che va oltre la Politica.

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