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di Michele Partipilo
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Con geometrica puntualità sui tempi previsti, il Senato ha approvato il disegno di legge sulla riforma della Costituzione. Ha votato cioè la sua eutanasia, dal momento che il nuovo Senato avrà natura, funzioni e numeri del tutto diversi. Finisce così il bicameralismo perfetto e a legiferare e legittimare i governi - almeno nelle intenzioni - sarà solo la Camera. Nonostante al voto non abbiano partecipato per protesta le opposizioni, Renzi ha twittato trionfante: «Nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi». Più con i piedi per terra è sembrata la ministra Boschi, relatrice del Ddl, parlando di una «prima» approvazione. Al di là dei contenuti, la riforma messa in cantiere da Renzi solleva più di un interrogativo. Il primo riguarda proprio le tappe future del disegno di legge. Dopo il sì del Senato dovrà esserci l’approvazione della Camera. Operazione che si preannuncia più breve e indolore visti i numeri più larghi della maggioranza.

Trascorsi almeno tre mesi, il Ddl dovrà tornare al Senato per una nuova approvazione e poi ancora alla Camera. Un volta approvato definitivamente dal Parlamento potrebbe anche essere sottoposto a referendum confermativo. Un percorso già lungo e difficile che i mal di pancia della maggioranza, le ambizioni del premier e, soprattutto, la situazione economica potrebbero in qualunque momento interrompere. Secondo, la battaglia al Senato ha esacerbato gli animi e creato trincee invalicabili tra maggioranza e opposizioni. L’epilogo di ieri con l’uscita in fila indiana dei senatori di Sel, Lega e Movimento 5 Stelle al momento del voto la dice lunga e pone di per sé un problema circa la legittimazione della nuova norma, come argomentava l’altro giorno Gustavo Zagrebelski. E cioè la riforma della Costituzione, per rispondere appieno alla sua funzione di legge fondamentale, non può essere attuata da una sola parte politica ancorché maggioritaria. Occorre un consenso più ampio, che al momento non sembra esserci, visto che all’interno della stessa maggioranza sono emerse voci di dissenso.

Per la cronaca, ieri 14 senatori del Pd non hanno partecipato al voto e due si sono astenuti. Non hanno votato neppure 19 «frondisti» di FI ai quali si aggiungono 8 esponenti di Ncd e 2 del gruppo Per l’Italia. Il terzo interrogativo è strettamente legato al precedente ed è forse quello più importante. Riguarda cioè la spinta etica e politica che ha portato a mettere mano in modo così profondo alla nostra Carta fondamentale. In altri termini non si capisce quale sia il collante morale degli attori e la necessità impellente di tale riforma. Perché se si tratta solo di risparmiare denaro e accelerare i processi legislativi, allora parliamo di argomentazioni un po’ deboli. Primo perché non vi è certezza né sui reali risparmi né sulla velocizzazione delle leggi; secondo, perché all’Italia non serve fare più leggi (ne abbiamo fin troppe) ma farle meglio. In realtà c’è il sospetto che la riforma serva a togliere un inciampo al governo.

La diversità dei sistemi elettorali e della platea dei votanti ha fino a oggi portato ad avere equilibri diversi nelle due Camere, favorendo quel gioco di pesi e contrappesi che il Ddl approvato ieri andrà invece a limitare pesantemente. Alla fine la sensazione è che si tratta di una revisione della Costituzione non nell’interesse del popolo italiano, ma nell’interesse della casta. Una motivazione eticamente censurabile soprattutto se si considera che in questo momento, stante anche il pressing degli altri paesi europei, il tempo (4mesi) e le energie spese sul Ddl Boschi potevano essere impiegati per affrontare in maniera più radicale la crisi economica. Alla luce anche della nuova fiammata recessiva ufficializzata l’altro giorno, non c’è dubbio che sia questo il vero grande problema dell’Italia e un governo responsabile di questo avrebbe dovuto occuparsi prima di ogni altra questione piuttosto che delle modalità della sua sopravvivenza. Non a caso gli italiani si mostrano disinteressati. Basta entrare in un bar, andare al mercato o su un bus per averne contezza. I commenti e le preoccupazioni della gente riguardano piuttosto le pensioni e quei 16 miliardi (per ora) che bisogna recuperare. Cioè altre tasse da pagare, quale che sia il nome che la fantasia ministeriale vorrà poi coniare (spending review comincia a essere un po’ usurato).

Ecco, il vero aspetto negativo di tutta la faccenda è il tempo che si è perso per correre dietro a una riforma non tra le più urgenti e che è assai probabile non arrivi mai alla meta. Ma questa potrebbe anche essere una fortuna per gli italiani.

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