Martedì 26 Marzo 2019 | 10:57

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Se Silvio Berlusconi avesse governato con la stessa passione dimostrata nelle campagne elettorali, oggi sarebbe ancora il top player della politica nazionale. Invece l’ex Cavaliere deve affidarsi al Rottamatore per rimanere al centro dell’arena politica.

Se avesse governato con la stessa efficacia manifestata in tv e nei comizi, il fondatore del centrodestra sarebbe riuscito a ottenere persino una sorta di condono, da parte di molti osservatori, per le sue vicissitudini giudiziarie. Invece il bilancio non esaltante dei suoi anni di governo non ha giovato alla sua storia processuale, tanto che oggi l’unico ruolo possibile, per lui, resta quello di capitano non giocatore (in Forza Italia).

Per un paio di decenni Berlusconi si è giovato di un’opportunità (il doppio incarico di capo del governo e leader del partito di maggioranza) quasi introvabile negli almanacchi della politica italiana. Neppure Alcide De Gasperi (1881-1954) aveva potuto guidare simultaneamente l’esecutivo e la Democrazia Cristiana. Ci provò Amintore Fanfani (1908-1999) sul finire degli Anni Cinquanta, ma nel giro di pochi mesi il sinedrio scudocrociato gli sottrasse governo, partito e ministero degli Esteri. È vero. Ci fu il socialista Bettino Craxi (1934-2000) che per quasi quattro anni conservò il doppio rango tra Palazzo Chigi e la sede del Psi, ma Craxi non dirigeva la formazione di maggioranza relativa (che rimaneva la Dc). Dopo di lui, fu il turno di Ciriaco De Mita che pareva destinato a demitizzare la Dc facendo l’asso pigliatutto, ma anche De Mita subì il medesimo trattamento riservato a Fanfani. Con la tattica del salame gli segarono (a De Mita) prima la poltrona di Piazza del Gesù e, poco dopo, la scrivania di Palazzo Chigi.

A differenza di quasi tutti i suoi predecessori, Berlusconi non doveva affrontare le imboscate dei capicorrente: lui era Forza Italia e Forza Italia era lui. Era la condizione ideale per governare secondo il cosiddetto modello Westminster. In Inghilterra, infatti, il leader del partito più forte diviene automaticamente il nuovo primo ministro, che potrebbe smarrire lo scettro del governo solo se perdesse le successive elezioni o fosse messo in minoranza dai suoi. Il che non si verifica spesso, anche se accadde proprio a Margaret Thatcher (1925-2013), il premier di ferro per antonomasia.

Dicevamo che Berlusconi non soffriva di questi problemi, data la peculiarità della sua creatura politica. Certo, a differenza del suo collega italiano, il primo ministro inglese non è alle prese con partiti alleati spesso più esosi di due coniugi in fase di divorzio. Ma anche lì, in Inghilterra, non mancano anime e ambizioni contrastanti all’interno di ciascun partito.

In ogni caso l’allora Cavaliere non sembrò attribuire grande importanza al lievito principale di ogni successo di governo: realizzare il massimo, in termini di riforme e provvedimenti economici, nei primi cento giorni di vita di un esecutivo, quando l’opinione pubblica sorvolerebbe persino su un borseggio in Aula, e quando alleati e rivali appaiono più disorientati di due leoni in Norvegia. Invece, Berlusconi preferì rimandare nel tempo gli interventi decisivi per il Paese e forse per il suo futuro. Risultato (per Silviuccio): un bottino modesto, reso vieppiù controverso dalla conflittualità permanente sui suoi problemi giudiziari.

Evidentemente il fascino del Potere aveva preso il sopravvento sul fastidio della Politica. Sì, perché il Potere è eccitante, dà ebbrezza, mentre la Politica, con i suoi riti, le sue mediazioni, le sue intermediazioni, i suoi tempi, spesso è più noiosa di una telenovela in aramaico. Morale: Berlusconi? Ottimo trascinatore da elezioni, modesto governatore da dopo elezioni.

Capiterà la stessa parabola anche a Renzi? Matteuccio è accostato a Berlusconi per parecchie similitudini, a cominciare dalle straordinarie doti mediatiche e seduttive. È accostato a Berlusconi anche su materie tipo le regole del gioco. Ma forse il fattore unificante è un altro. Anche Renzi, pur disponendo, come sperimentò l’ex premier, del doppio incarico (partito e governo) non sta approfittando di questa sua grande fortuna. Si è concentrato su temi tutto sommato secondari (soprattutto nella percezione comune) come la riforma del Senato e della legge elettorale e sta tralasciando la materia fondamentale, che era, è, e sempre sarà, l’economia.

Ma di questo passo rischia, Renzi, di mettere sabbia nella sua stupefacente macchina elettorale. Col rischio di vedere erosa una montagna di consensi che tuttora pare inattaccabile.

Modesto consiglio. Se il premier vuole vincere le prossime votazioni, che si prevedono a breve scadenza, eviti di ripetere gli errori già commessi dal suo amico-nemico Berlusconi. Primo, perché l’elettorato è mobile e mai come adesso si aspetta miracoli da un giovane condottiero. Secondo, perché il conto di un’economia sempre più in affanno potrebbe risultare salato anche per un fuoriclasse della comunicazione e della contesa elettorale, com’è l’ex sindaco di Firenze. Terzo, perché la politica non può essere una campagna elettorale all’infinito.

Berlusconi la pensava così. Renzi (forse) la pensa così. Ma il turbo-premier farebbe bene a cambiare opinione.

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