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Quando i maggiorenti dell’Europa si accordarono sulla necessità di introdurre la moneta comune, cominciò un tam tam che, per certi versi, non si è ancora spento: sarà l’Europa a europeizzare l’Italia o l’Italia a italianizzare l’Europa? Gli ottimisti scommettevano sugli effetti prodigiosi che avrebbe prodotto il rigore teutonico sulle politiche di bilancio dello Stivale. I pessimisti erano convinti che sarebbe stata la spensieratezza italica a contagiare, in peggio si capisce, i governanti delle altre nazioni e la stessa nomenklatura dell’Unione Europea.

Non hanno vinto né gli ottimisti né i pessimisti. Gli ottimisti non hanno prevalso perché l’Italia si è lasciata scappare il superenalotto della sua storia: utilizzare il calo degli interessi sul debito, provocato dall’avvento dell’euro, per erodere strutturalmente la montagna debitoria. Traduzione: avrebbe dovuto tagliare la spesa o, perlomeno, non concimarla. Invece, non solo il Belpaese non ha toccato le uscite, ma ha continuato a spendere e spandere come se nulla fosse. Risultato: disastro generale, debito pubblico senza freni. Tanto che oggi lo zoccolo duro dell’Unione Europea ci invita a non fare scherzi né sulle riforme né sui conti, paventando, oltre a una stangata autunnale imposta da Bruxelles, addirittura un commissariamento da parte degli organismi finanziari internazionali.

Non hanno vinto i pessimisti, perché a dispetto di tutte le Cassandre interne ed esterne l’Europa non si è lasciata traviare dalla dissoluta Italia. Certo, alcuni Paesi del Vecchio Continente non sono esempi di buongoverno, ma il senso comune dell’Unione non risulta ammaliato dal libertinismo finanziario della Penisola. Soprattutto nell’Europa del Nord la deriva mediterranea nella gestione della cosa pubblica non ha generato pericolosi imitatori. Il che, obiettivamente, non è di poco conto. La linea della palma, direbbe la buonanima di Leonardo Sciascia (1921-1989), è arrivata a Varese, ma, per fortuna, non ha oltrepassato la frontiera.

Che l’Europa ci guardi con fare sospetto, è cosa risaputa. Che le affermazioni trionfali dei premier italiani sui presunti ammorbidimenti dei vincoli comunitari nei nostri confronti non siano sostenute da decisioni ufficiali e concrete, è altrettanto risaputo. Ma, nonostante tutto, va di moda a Roma dare per acquisito o conquistato ciò che acquisito o conquistato non è. Anche Matteo Renzi non resiste a questa tentazione. Anzi il premier appare più ostinato dei suoi predecessori nel comunicare l’inverosimile, cioè l’ok degli europartner al keynesismo (all’italiana) senza la doverosa contropartita di un preventivo supporto di riforme degne di questo nome. Ma se a Roma l’ex sindaco di Firenze ha potuto rottamare un’intera classe dirigente con il piglio del Cesare Borgia (1474-1507) esaltato da Niccolò Machiavelli (1469-1527), a Bruxelles la musica è diversa. Lì sono gli altri a chiedere spiegazioni al turbo-leader fiorentino. Come ha prontamente fatto l’altro ieri il neocommissario dell’Ue agli affari economici. Caro Renzi, vuoi uno sconto sui parametri comunitari? Devi meritarlo. Ma su questo tasto (tagli duraturi alla spesa) Palazzo Chigi non risponde, consegnandosi e rassegnandosi - nonostante le rassicurazioni del buon ministro dell’economia Pier Carlo Padoan - alla solita e inevitabile pioggia autunnale di tasse e balzelli vari.

Renzi, per giunta, ci ha messo del suo anche sulla questione delle nomine. La gestione del caso Mogherini (la nostra ministra degli Esteri candidata a Lady Pesc) non ha brillato (eufemismo) per sagacia ed efficacia. L’ostinazione nel voler imporre un nome sprovvisto di un curriculum sontuoso non ha giovato alla linea dell’Italia e alla reputazione del suo dinamico premier. Non solo. L’intera vicenda è apparsa, non solo da noi, come il trasferimento a Bruxelles delle abituali beghe interne e delle aspre battaglie esterne dei partiti italiani. Cosa che deve aver sconcertato più d’una capitale estera, visto che altrove è tradizione presentarsi nei consessi internazionali con posizioni pressoché unanimi su persone, problemi e soluzioni. A nessuno, oltre confine, verrebbe in mente di esportare a Bruxelles o a Strasburgo le tensioni, le lotte, i rancori che agitano la vita politica nazionale.

Renzi è il primo a sapere che così non si fa. Ma anche lui affronta gli appuntamenti e i dossier internazionali con il retropensiero di casa sua. In concreto: ai posti di comando in Europa non si mandano i più bravi, ma i più fedeli, meglio - quest’ultimi - se innocui in vista dei futuri spostamenti o dei balzi di carriera sul Monòpoli del Potere. Per intenderci: inviare in un posto di prestigio comunitario un big della politica interna significa creare le premesse per un ritorno (in patria) del prescelto alla prima occasione importante, come potrebbe essere, nel futuro prossimo, la successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. Da qui, ad esempio, i veti renziani ai D’Alema, ai Letta, ossia a tutti quelli potenzialmente in grado di percorrere un viaggio di andata e ritorno di questo tipo, tra Roma e Bruxelles.

Ecco perché da fuori ci osservano basiti, stupefatti e sconcertati. Ma come, l’Italia è sul punto di portare i libri in tribunale e i suoi leader giocano sui nomi e non si appassionano ai problemi? Già. Anche Renzi non fa eccezione. Che dire? Superficialità e disinvoltura, in questa materia, potrebbero costargli caro.

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