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Non è necessario leggere tutte le cronache dal palazzo berlusconiano per immaginare che l’ex Cavaliere stia attraversando il periodo più drammatico della sua esistenza. Non tanto perché è costretto a vivere da spettatore, o da spalla, il protagonismo scenico-politico di Matteo Renzi, non tanto perché l’incubo di nuove sentenze-choc, con prospettive detentive, scoraggerebbe persino un toro; quanto perché mai come adesso la sua creatura politica (Forza Italia) non pende dalle labbra del Fondatore. Persino il devotissimo Giovanni Toti, il quasi delfino, non pare allineato al cento per cento alla causa di Arcore, il che, per l’ex premier, dev’essere più doloroso di un pugno nello stomaco.

Gli è che, sotto sotto, nella primordiale concezione del potere secondo Re Silvio, azienda e partito pari sono, per non dire che, a suo parere, sono e devono essere la stessa cosa. Un’azienda è per natura non democratica, perché le decisioni non vengono prese a maggioranza: il capo decide e gli altri si adeguano. L’istituzione partito è un’altra cosa, ha un’altra storia, perché nemmeno la leadership più personale del mondo potrebbe ignorare statuti e regole che, in un partito appunto, impongono conteggi di cifre, celebrazioni di congressi e confronti di opinioni. Ma, nel dogmatismo berlusconiano, il dissenso interno è peggio di una bestemmia in chiesa, o di una plateale eresia. Il dissenso è un atto inconcepibile, inammissibile, perché identico, speculare a un’eventuale contestazione, in azienda, da parte di un dipendente. E cosa farebbe l’imprenditore Silvio in caso di insubordinazione a opera di un suo collaboratore? Caccerebbe il reprobo su due piedi o lo confinerebbe nel girone dei dannati.

Ecco perché Berlusconi non riesce a darsi pace. Ma come - pensa fra sé - ho creato io dal nulla questa fabbrica di nome Forza Italia, e ora questi qui, compreso il fidatissimo Minzolini, mi mettono i bastoni fra le ruote proprio nel momento più delicato della mia carriera politica? Trascura, Berlusconi, una verità grande quanto un grattacielo: un leader politico straordinario potrà di sicuro influire parecchio sul destino della sua creatura, ma non potrà mai identificarsi totalmente con l’area di riferimento da lui guidata. In soldoni: i moderati, coloro che non voteranno mai a sinistra, c’erano prima di Zio Silvio e ci saranno anche dopo, anzi non è da escludere che proprio le disavventure del Caimano abbiano, negli ultimi anni, compromesso assai il cammino elettorale del centrodestra. Berlusconi, invece, ritiene di essere più indispensabile e insostituibile dell’olio sull’insalata. La qual cosa, in politica, non esiste. In politica non ci sono unti dal Signore, anche se agli aspiranti tali questa constatazione garba poco.

Nulla da fare. Da quest’orecchio l’ex premier non vuole sentire, anche a costo di mollare la sua formazione e concludere la sua parabola al grido di «Muoia Sansone con tutti i filistei». La qual cosa sarebbe una iattura per Forza Italia, e per la speranza del centrodestra di tornare competitivo nella partita con il centrosinistra renziano.

Si potrebbe obiettare che nell’attività politica nessuno regala qualcosa, e che le leve del comando si conquistano lottando e sgomitando, sgobbando e resistendo, imponendosi con le idee e con i numeri. Ok. Ma Berlusconi (e di conseguenza l’opposizione interna) si trova in una situazione atipica e contraddittoria: lui è quasi innocuo nell’agone politico che conta, ma rimane ancora influente e velenoso nelle vicende del suo partito, dove conserva quella che un analista aziendale definirebbe golden share (azione d’oro). Cosicché oggi Forza Italia vive una stagione paradossale: non può ripartire con Berlusconi, ma Berlusconi ha ancora la forza, ossia il potere, di fermare chiunque voglia sferrargli un attacco frontale.

Ovvio. Questo scenario potrebbe non durare all’infinito, specie se gli ultimi processi dovessero terminare con un finale pesante per l’ex presidente del Consiglio. In tal caso, Berlusconi sarebbe costretto a gettare la spugna, anche se con lui, provvisto di una grinta leonina, non si può mai dire mai.

Sta di fatto che Forza Italia deve decidere cosa fare da grande: fare da stampella-destra di Renzi o fare da polo d’attrazione verso gli insensibili al fascino seduttivo dell’attuale premier. Nel primo caso è sufficiente trovare una via d’intesa sulle riforme costituzionali ed elettorali. Nel secondo caso, per lei sarebbe urgente preparare un controprogramma sui contenuti (tasse, lavoro, istruzione, Sud, tecnologie, fondi comunitari eccetera). Finora, il Cavaliere ha optato per la prima opzione, anche sulla base di valutazioni di natura aziendalistica, come confermano gli attestati di stima verso Renzi pronunciati da Pier Silvio Berlusconi. Ma una sigla politica non può vivere di luce riflessa, né può resistere molto nello status di opposizione formale, pena la resa a un declino irreversibile.

La verità è che più passano i giorni più cresce il conflitto di interessi tra il monarca di Arcore e il suo partito. Un fatto, un epilogo più imprevedibile del classico cigno nero.

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