Martedì 22 Gennaio 2019 | 17:48

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Politica di piano per rammendare le periferie

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Politica di piano per rammendare le periferie
di Gianfranco Dioguardi

L’avvento delle città metropolitane ha reso più che mai attuale e incombente il drammatico problema del recupero delle periferie urbane emarginate – del loro «rammendo», come con geniale intuizione l’ha definito Renzo Piano, senatore a vita e architetto che ha saputo affermare e onorare l’Italia in tutto il mondo.

L’ho incontrato di recente, dopo molti anni, in una delle riunioni del «g124», il gruppo dei «ragazzi di Palazzo Giustiniani» che Piano ha costituito allo scopo di studiare per l’appunto il problema del «rammendo delle periferie». Avevo conosciuto e professionalmente frequentato Piano quando insieme a Richard Rogers aveva appena terminato a Parigi il Centro Georges Pompidou – il celebre Beubourg – e iniziava a consolidare la sua fama internazionale. Era il 1977. Già allora nei nostri incontri si parlava di recupero delle periferie. Ma l’attenzione maggiore si focalizzava sugli interventi conservativi da realizzare nei centri storici.

A questo scopo Piano aveva ideato il «Laboratorio di Quartiere», uno strumento di natura socio tecnica per intervenire su antichi quartieri con il pieno ed essenziale coinvolgimento partecipativo degli abitanti. Dal 12 al 18 giugno 1979 il centro storico di Otranto fu sede di un primo esperimento realizzato con il patrocinio dell’Unesco e con la collaborazione dell’impresa Dioguardi e dell’Istituto I.de.a. spa di Torino. Quell’esperienza venne poi raccontata dallo stesso Piano in un libro intitolato Antico e bello. Il recupero della città (Bari 1980).

Successivamente, nel 1981, nel Quartiere Japigia di Bari, il concetto del Laboratorio trovò una ulteriore pratica attuazione e un’esemplare evoluzione verso una gestione «intelligente» della città. Così lo descriveva Liana Milella (in Nuovo e bello. Un progetto di Renzo Piano, edito da Laterza a Bari nel 1985): “il Laboratorio compie un salto di qualità [….] dal recupero del centro storico, alla manutenzione programmata della città nuova” con l’obiettivo di operare la manutenzione partecipata e programmata di una periferia urbana. Anch’io avevo appena proposto il concetto di «città impresa» da sviluppare attraverso una «impresa per la città» orientata a fornire servizi, in particolare di manutenzione programmata, per le sue strutture e infrastrutture edilizie.

Concetti questi, elaborati decenni fa eppure da riscoprire oggi per realizzare quel «rammendo» delle periferie invocato dalla stimolante metafora di Renzo Piano. Diventa allora necessario identificare preliminarmente – o molto spesso costruire ex novo - la trama del tessuto preesistente da rammendare, ricercando una «tradizione» da recuperare attraverso un processo di rivisitazione innovativa della «Storia» della «periferia» in esame.Gruppo di lavoroRenzo Piano ha riunito un gruppo di lavoro - il «g124» (dal numero della stanza a lui assegnata come senatore a vita) - costituito da giovani architetti per raccogliere nuove idee utili per innovativi interventi conservativi sulle periferie. La tecnica di lavoro adottata in questo gruppo di lavoro è molto simile a quella tipica del «brainstorming»: ciascuno dei partecipanti propone liberamente soluzioni di ogni tipo che vengono criticamente vagliate in particolare da Renzo Piano allo scopo di individuare una scheggia come primo elemento concreto di un progetto.

Mi è parso che i partecipanti siano tutti operatori di idee: giovani architetti e sociologi e ciò può condizionare i risultati del brainstorming che rischiano di rimanere vincolati al campo delle idee e comunque della teoria, cioè del sapere più che del fare. In questo senso sarebbe molto utile aggregare al Gruppo chi possa fornire il contributo di una consolidata esperienza imprenditoriale e quindi dare concretezza alle idee (penso a un imprenditore o a chi abbia comunque già operato con successo nel campo del recupero come per esempio le imprese Navarra recenti protagoniste del restauro del Colonnato di piazza San Pietro e del recupero pubblico-privato della Villa Reale di Monza).L’ipotesi potrebbe essere quella di costruire una nuova grande alleanza fra il mondo del sapere (architetti, sociologi, portatori di idee) e mondo del fare imprenditoriale con le sue capacità di realizzare concretamente le idee emergenti grazie appunto al saper fare tipico delle imprese operative.

Andrebbe anche stabilito un efficiente e stimolante luogo di riferimento – per esempio una scuola presente nella periferia-quartiere in esame, che il Gruppo di lavoro dovrebbe «adottare» nel senso di trasferirvi i meccanismi motivazionali generalmente usati nell’ambito imprenditoriale, in modo che i giovani possano essere più interessati e motivati a conseguire risultati concreti in base alle indicazioni progettuali fornite. I ragazzi, infatti, devono imparare a sentirsi fieri della loro appartenenza a quel territorio e diventare i portatori e diffusori del nuovo spirito di quartiere sul quale poi collaborare per esercitare concretamente il «rammendo» proposto. Il pensiero corre a un esempio realizzato con successo nell’ottobre 1991 quando ancora l’impresa Dioguardi adottò la «scuola Lombardi» nel difficile e degradato Quartiere San Paolo di Bari.

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