Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:13

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Estate, giornata al mare. Se dopo pochi minuti incominciate ad avvertire un senso di fastidio, di insofferenza, quasi di ripulsione, state tranquilli. È tutto normale. Che sta succedendo ? Andate a caccia di una spiegazione plausibile: ho dormito male, il caldo, le zanzare; no, ecco quella rompiscatole di mia moglie (e dov'è la novità?). Oppure sarà per l'ultimo messaggio dell'amante («uffa, non si rassegna che non lascerò mai mia moglie»); oppure le tasse in arrivo (nulla di nuovo sul fronte italico). No, tutte spiegazioni tanto plausibili quanto normali. No, il malessere è più profondo. Siete in preda della malattia estiva per eccellenza: l'allergia sociale. A differenza di quelle fisiologiche, non si cura, perché riguarda la vostra anima e il vostro rapporto con il mondo e con la gente. Improvvisamente, lì sulla spiaggia, tutto vi dà fastidio: il vicino d'ombrellone attaccato alla vostra caviglia, che respira il vostro respiro, che sembra quasi leggere il vostro pensiero. Insopportabile.

Due giovanotti, impegnati in interminabili partite a racchettoni, per far sfoggio alla tartaruga di muscoli dopo a mesi e mesi di palestra. Patetici. La voce stridula di chi non riesce a parlare sottovoce (noi meridionali, ahimè), che grida per dire il nulla, oppure litiga sull'ultima spazzatura televisiva. Cozzali. E i balli di gruppo? Pance penzolanti, seni afflosciati, glutei debordanti, che svolazzano nell'aria su improbabili motivi sudamericani. Pietosi. Animatori (che si guadagnano la pagnotta) che vi invitano al gioco aperitivo, incapaci di capire che se avete un libro di Adelphi, è improbabile che possiate decidere di fare il pupazzo in pubblico. Assolti.
E poi, l'esercito ambulante dei venditori di tutto: dagli orologi simil Rolex ai falsi originali di marche di grido. Se siete terzomondisti, vagamente di sinistra, siete gentili, capite il dramma di questi poveretti, certo, vi scocciano (quasi vi vergognate di provare un così immorale sentimento), ma poi abbozzate. Comprate qualche chincaglierie, sperando di dare il vostro contributo alla causa del Terzo mondo.

Poi ci sono gli approfittatori: chi vuol leggere gratis il vostro giornale oppure vuol conoscere il libro che state leggendo (ma quando mai... il libro è persino più intimo del sesso). Fortunatamente avete tra le mani un e book, l'ultima frontiera della difesa dell'«Io» dall'assalto dei lanzichenecchi. È il vostro scudo contro l'invasività dei vostri simili. Una biblioteca in un rettangolo di tecnologie. Altro che le chiacchiere d'ombrellone, con improbabili vicini di cui oggettivamente non vi frega assolutamente nulla. Il campionario delle allergie sociali è sterminato. Dal formicaio di auto per le vie del mare (ma dov'è andate? Com'era bella l'Italia di mezzo secolo fa quando circolavano poche auto e il traffico era veramente a misura d'uomo), ai telefonini che fanno bella mostra di sè tra una impepata di cozze e "ciceri e tria"; dalle spiagge ridotte ad un cumulo di macerie alla notte in cui giovani e meno giovani scorrazzano incuranti della serenità dei propri simili.

Poi, il lento e faticoso ritorno a casa: altre code, altro veleno per automobilistici scostumati, per chi sgomma, fa sorpassi a destra, con la musica ad alto volume. E li, in quei momenti ti sovviene una celebre massima di Mark Twain: «Io non chiedo a che razza appartenga un uomo, basta che sia un essere umano, nessuno può essere qualcosa di peggiore». Oppure un verso di Montale: «Spesso il male di vivere hai incontrato». Oppure quella, meno pessimistica di John Donne: «Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso, una parte del tutto... e dunque non chiedere per chi suona la campana, essa suona per te». Sì, ma come sarebbe bello stare su un'isola deserta... Ma poi ci ripensi e dici tra te e te-: non fare lo snob, questo è il mondo. E dal mondo si può scendere solo in maniera definitiva.

L'estate è così, è il dell'esplosione dell'esuberanza e della natura. Cesare Pavese nel carteggio con Giulio Einaudi, scriveva a proposito delle cose importanti dell'esistenza: "C'è una vita da vivere, ci sono biciclette da inforcare,marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere: la natura insomma ci chiama”. Spazio alla vita, quindi, ("la ragione deve essere schiava delle passioni”, diceva il filosofo Hume). Scatenatevi, scateniamoci. Tanto poi l'estate dura poco. Finisce, con i suoi eccessi goderecci e insulsi.
E torna la normalità: il freddo, domeniche dinanzi al televisore, la gente che si rinchiude nelle case, il deserto dei luoghi e delle anime. Finalmente soli. Sai che botta di vita.

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