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Il destino ha voluto che morisse d’estate e che si parlasse di lui e della sua fine sotto un ombrellone, laddove si riparano molti suoi lettori assidui. Giorgio Faletti: la cultura con la C maiuscola (esiste ancora?) da anni fa una smorfia quando si pronuncia il suo nome, quello di un autore capace di vendere milioni e milioni di copie in 30 Paesi del mondo, arrivando alla scrittura attraverso porte apparentemente inusuali, come per esempio quella delle imitazioni Tv formato Drive in. Ma come, un «comico » nell’Olimpo della pagina scritta? Meglio non avventurarsi nella serie di nomi di ex comici divenuti famosi in altri campi, perché da Grillo in giù finiremmo per occuparci di politica. Meglio non coltivare il mito del self made man televisivus, perché anche qui passeremmo dalla Tv ai libri (esempi: da Vespa a Fabio Volo) e finiremmo ai governanti (Berlusconi non cantava in crociera? Renzi non partecipò a La Ruota della fortuna all’età di 12 anni?).

Torniamo invece al Giorgio Faletti che ci ha lasciati ieri all’improvviso, mentre cercava di curarsi per un tumore al polmone scoperto da poco. Un personaggio eclettico al quale forse la Cultura non perdona proprio l’eclettismo, quel «lancio» nel palcoscenico della notorietà partito dalla conosciutissima gag della guardia giurata pugliese Vito Catozzo, una «chicca» del clan di Antonio Ricci negli anni 1983-1988. Ma non solo. Faletti, con i suoi occhi azzurri per nulla profondi, riesce a colpire nel segno anche qualche anno dopo, quando il suo «Minchia, signor tenente» diventa il simbolo dell’Italia perdente contro la mafia, contro lo yuppismo, contro la voglia di voltare pagina. Sanremo, le canzoni scritte per i grandi (persino per Mina con Traditore ), un breve sodalizio con Orietta Berti: nella vita di questo paroliere e cantore di storie c’è di tutto. I brani per Gigliola Cinquetti e per Branduardi, che sembrano universi distanti pensati dalla stessa mente.

Quando irrompe la copertina scura come le sue camicie del libro Io uccido è il 2002 e il successo di Faletti è decretato dal pubblico ma non della critica: ben quattro milioni di copie. Un libro facile, un thriller voluminoso ma leggibile in poco tempo, come tanti libri che finiscono al vertice delle classifiche, in cui i personaggi e le situazioni si susseguono facendosi divorare dal lettore comune, quello appunto che qualcuno classifica come «lettore da ombrellone». Neanche due anni dopo, nuovo successo: Niente di vero tranne gli occhi, romanzo che non subisce il trauma del «secondo lavoro» come capita a tanti autori, incapaci di «tenere» sul fronte del boom del precedente lavoro. E poi ancora, per gli estimatori, esce Fuori da un evidente destino, con traduzioni internazionali che sorprendono tutti.

Faletti va avanti in discesa: sbarca al cinema con Notte prima degli esami, film citato a ogni evento scolastico ed accademico. Anche qui: leggerezza e semplicità, un mondo easy che tocca lo spettatore easy, quello che in termini numerici vince. La Cultura inizia a mormorare da subito: un comico, un giallista, un attore? Nella stessa banale persona? Ed ecco che sul talento di Faletti cominciano ad adombrarsi pettegolezzi, ecco che qualcuno lo accusa persino di avere un co-autore segreto, qualcuno insomma che gli scriva i libri. C’è chi fa il nome di Jeffery Deaver, l’autore de Il collezionista di ossa; ma sono solo ciance, per Faletti il successo continua a crescere. E lui, inesorabile, con gli occhietti azzurri spiritati, respinge le accuse al mittente, anzi ai vari mittenti, ai critici della Cultura che lo affossano.
Ad esempio, nel 2012 vive un aspro battibecco con Pietro Citati, che sul Corriere della Sera, definisce i libri di Faletti, insieme con quelli di Dan Brown e Coelho «bestseller da non leggere». Opinione per molti condivisibile, del resto non si è tutti uguali di fronte ad una pagina scritta. Faletti risponde però con acume: gli rimanda a dire la storia di Totò «che fu disintegrato dalla critica, mentre oggi è considerato un genio».

Citati dal canto suo rincara l’accusa definendo Faletti e colleghi capaci di rendere la lettura «una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile». Bene, il Giorgio Faletti, da buon piemontese aspetta di essere in Tv da Daria Bignardi per rispondere soltanto: «Ho scoperto oggi l’esistenza di Citati mentre Dan Brown e Coelho li conoscevo già». Ironia a parte, il comico-scrittore-attore è stato un campione di energia. Al di là del suo stile, sicuramente non degno di Dumas, Twain e degli altri grandi autori vituperati dalla critica durante la loro vita, ha avuto la forza di mettersi in gioco. Ha sparso la sua energia ovunque, appena ne ha avuto la possibilità. Anche nel suo ultimo messaggio su Facebook, scritto poche ore prima di chiudere gli occhi: «La certezza può essere dolore. L’incertezza è pura agonia». E ci ha lasciati incerti sulla sua vera grandezza.

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