Martedì 26 Marzo 2019 | 17:35

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Lotta a chi evade, stop banconote ma rischio beffa per chi già paga

di Giuseppe De Tomaso
Lotta a chi evade, stop banconote ma rischio beffa per chi già paga
Il pagamento elettronico sembra l’uovo di Colombo nella sfida all’evasione fiscale, anche se negli ultimi anni le restrizioni all’utilizzo del contante non hanno neppure scalfito la montagna dell’economia sommersa che, anzi, è persino cresciuta di volume. La lotta alla moneta di carta si fonda su solide motivazioni, ma non deve generare nuovi paradossali salassi a svanntaggio di chi le tasse le ha sempre pagate. Eppure sembra proprio questa la prospettiva, rischiosa, dell’obbligo del Pos (per ora non tassativo) che indurrà professionisti e artigiani a dotarsi degli appositi apparecchi elettronici.
Intendiamoci. L’evasione fiscale, in Italia, è più intollerabile del morso del calciatore cileno Suarez sul collo del povero Chiellini.

Ma altrettanto intollerabile è la pretesa dello Stato di scaricare sui contribuenti onesti la propria incapacità nel far pagare tutti gli altri.
Con l’argomento che per colpa dell’evasione (a dire il vero il fenomeno dell’elusione è persino più grave) i conti pubblici sono sempre in rosso, la pressione impositiva reale, calcolando cioè Pil sommerso (18%), arriva a sfiorare quota 60%. Una cifra che bloccherebbe la crescita anche in un Paese affollato da migliaia di Bill Gates. Figuriamoci da noi.

Uno Stato serio si darebbe una bella regolata. Metterebbe sul mercato tutte le società pubbliche succhiasoldi, buone solo ad assicurare clientele alla classe politica nazionale e municipale; accorperebbe alcune Regioni e molti Comuni; taglierebbe la spesa ministeriale eccetera. Eviterebbe così di dover escogitare ogni due-tre mesi provvedimenti punitivi per i portafogli dei cittadini. L’ultima ideona, ormai vicina al traguardo, è la revisione del catasto, un marchingegno per aumentare il prelievo sulla casa, come se finora il possesso di un immobile non fosse già compromesso da una ragnatela di balzelli e addizionali.

Pur di fare cassa, lo Stato non si fa scrupolo di violare leggi da se stesso varate, a cominciare dallo Statuto del Contribuente, la normativa più violentata di tutti i tempi, visto che si è perso addirittura il conto dei casi di stupro ai suoi danni. Ma più crescono le esigenze di bilancio, più l’Europa fa la faccia severa, più s’allunga la spirale tassaiòla, giustificata quasi sempre dall’obiettivo di battere una volta per tutte lo spregiudicato esercito degli infedeli del Fisco.
Ora. Una pressione fiscale attorno al 60% è di per sé insostenibile (per chi paga). Uno Stato equanime si dovrebbe porre il problema del riequilibrio del carico tributario, senza pretendere un euro in più. Si dovrebbe porre cioè il problema di ridurre le proprie uscite finanziarie. Invece, che fa lo Stato arraffa-arraffa? Sceglie un obiettivo condivisibile, com’è quello del contrasto (delle frodi fiscali) attraverso l’uso della moneta elettronica, e piano piano lo lancia nei mercati dove si confrontano venditori e consumatori. Tanto, comunque vada, il risultato è assicurato: le entrate aumenteranno. Aumenteranno sia se i venditori (e i potenziali evasori) accetteranno di guadagnare meno (non sfuggendo al fisco grazie alla tracciabilità elettronica),  sia se i venditori di beni e servizi spalmeranno sulla platea dei consumatori i costi maggiori determinati dal rispetto delle nuove regole. Quest’ultimo fenomeno si chiama «traslazione d’imposta»: si verifica quando lo Stato, non intendendo colpire direttamente la platea dei tartassati abituali, ne affida l’incombenza ad altri attori (enti locali, imprese, lavoratori autonomi): un ambaradan giustificato con la necessità ineludibile di rendere imparziale il Grande Fratello fiscale.

Anche l’avvento della moneta elettronica nasce da questo retropensiero: fare cassa in nome della lotta all’evasione fiscale. Il che, ripetiamo, sarebbe un proposito più che sacrosanto, a condizione però che lo Stato contemporaneamente riducesse le spese, cioè riducesse in partenza le pesanti richieste quotidiane per le tasche dei contribuenti. Ma, da quest’orecchio, tutti i governi sentono poco o nulla. Cosicché il copione non cambia: lotta al sommerso, lotta all’evasione, ma lotta soprattutto a chi lavora e risparmia onestamente.

Non ci vuole la competenza di un Premio Nobel o l’immaginazione di uno scrittore di fantascienza per prevedere che la «rivoluzione del Pos» sfocerà nella «rivelazione del Pos», vale a dire nella conferma di tutte le pratiche del passato, a cominciare proprio dalla «traslazione d’imposta». Professionisti e autonomi saranno tentati di pretendere compensi più alti per le loro prestazioni, pur di assicurarsi gli stessi introiti di quando la tracciabilità elettronica era di là da venire. Sarà perciò la massa dei clienti e consumatori a patire gli effetti della misura governativa.

Lo Stato così incasserà di più. Ma, forse, solo sulla carta, perché nel frattempo diminuiranno i consumi delle famiglie, il che provocherà una flessione delle entrate Iva. La qual cosa richiederà una nuova  manovra correttiva (cioè altre tasse). Un girotondo senza fine, col pericolo di impoverire annualmente quasi tutti gli italiani.

Fino a quando durerà? Fino a quando non si deciderà di curare la seguente perversione culturale: lo Stato fissa spese insostenibili, tanto provvederà il parco buoi dei contribuenti e risparmiatori a finanziarle. Viceversa: uno Stato perbene adegua le sue uscite alle entrate, cioè a tasse decenti pagate da tutti i contribuenti.

Ecco. Fino a quando non si cambierà musica, anche provvedimenti ragionevoli come l’estensione del Pos rischieranno di trasformarsi nell’ennesimo strumento di spremitura fiscale: la beffa più inaccettabile per chi è in regola con le leggi dello Stato.
di Giuseppe De Tomaso
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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