Domenica 24 Marzo 2019 | 06:22

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Se il presidente del Consiglio avesse dato una lettura alla «Teoria della scelta pubblica», opera che valse il Premio Nobel (1986) all’economista James Buchanan (1919-2013), probabilmente avrebbe evitato di avventurarsi in un’impresa assai temeraria, come l’abolizione del Senato elettivo. Non già perché il bicameralismo perfetto (identiche competenze dei due rami del Parlamento) meriti il lasciapassare per l’eternità. Quanto perché chiedere ai senatori in carica di votare la loro eutanasia politica è come pretendere da un agnello di auspicare una Pasqua anticipata. Nella «Teoria della scelta pubblica», l’efficace Buchanan non considera i politici come disinteressati «monarchi illuminati», cui starebbe a cuore innanzitutto l’interesse generale. L’economista americano, invece, ritrae i politici come individui razionali animati quasi esclusivamente da interessi egoistici. E tra i principali interessi egoistici degli eletti figura l’impegno a tutto campo per la loro rielezione alle cariche pubbliche. La stessa politica economica è finalizzata, il più delle volte, a garantirsi la gratitudine degli elettori. E così alcuni interventi di natura clientelare sul territorio.

Il retropensiero primario di ogni parlamentare - secondo la tesi centrale di Buchanan - è il collegio elettorale, ossia la propria rielezione a deputato o senatore. Come si possa immaginare, con questi presupposti, che la stragrande maggioranza dei senatori debba approvare, senza particolari patemi d’animo, la fine di quest’organo costituzionale così come l’abbiamo conosciuto finora, Dio solo lo sa. Infatti, più trascorrono i giorni, più cresce il partito trasversale dei malpancisti, di coloro cioè che preferirebbero tagliarsi la mano pur di non pigiare in aula il tasto di approvazione della riforma senatoriale voluta da Renzi. Non a caso, qualche anno fa, il provvedimento che sopprimeva il Senato prevedeva, con la dovuta cautela, la sua entrata in vigore solo dopo un paio di legislature. Forte del suo semiplebiscito alle consultazioni europee, il presidente del Consiglio pensava - verosimilmente - che il più era fatto, e che anche i recalcitranti senatori avrebbero, sia pure imprecando, votato per il loro suicidio.

Dimenticava, però, un particolare, l’ambizioso Renzi: anche in politica, come in economia, il bene privato precede il bene comune; anche in politica, come in economia, agisce quella «mano invisibile », di smithiana memoria, tesa a raggiungere - direbbe Buchanan - l’obiettivo della «massimizzazione dell’utilità». Il che si sta puntualmente verificando anche in questi giorni. Ora. Non comprendiamo perché Renzi si sia intestardito sulla proposta del Senato dei nominati, preferito al Senato degli eletti. Se la meta finale era e rimane l’acce - lerazione dei processi decisionali da parte della classe politica, ossia se la meta è lo stop all’estenuante ping-pong su ogni norma di legge, tra Camera e Senato, non si capisce perché un analogo risultato non avrebbe potuto o non potrebbe garantirlo un’assemblea elettiva (meglio se a ranghi più ridotti).

L’ipotesi di un’assemblea elettiva, sia pure con poteri limitati rispetto a quelli di Montecitorio, non avrebbe incontrato la resistenza visibile di un gruppone di senatori, e la resistenza invisibile di quasi tutto Palazzo Madama. Quasi tutti i senatori avrebbero abbozzato. Certo, Renzi toglieva loro la possibilità di dare o ritirare la fiducia ai governi. Ma la «ciccia» era salva, a cominciare dall’opportunità, per i senatori, di tornare in aula dopo i futuri test elettorali. Invece, Renzi ha alzato il livello della sfida a partiti e correnti, affidando a sindaci e presidenti di Regioni il potere di nominare i senatori di domani. Col rischio, però, di ritrovarsi nel prossimo autunno in uno stallo parlamentare più complicato di una crisi da Prima Repubblica. A meno che. A meno che il machiavellico premier abbia pianificato un calendario a tavolino: prima il testo di una riforma «prendere o lasciare» che nessuno, in Senato, avrebbe accettato a cuor leggero; poi, la conseguente presa d’atto che il Parlamento è irriformabile con gli attuali strumenti in circolazione; infine l’inevitabile corollario che solo un successone elettorale paragonabile al boom delle europee potrebbe mettere Palazzo Chigi nella condizione di ridisegnare l’architettura dello Stato senza i veti dei singoli o dei gruppi vari. In soldoni: se la riforma del Senato è il piano A del Rottamatore, il ricorso al voto anticipato - dopo il semestre di europresidenza italiana che termina il 31 dicembre 2014 - rappresenta il piano B (che per i maliziosi rimane il vero scopo renziano).

Del resto, a nessuno come all’attuale presidente del Consiglio conviene votare al più presto. Il suo indice di popolarità non conosce scivoloni. I suoi avversari esterni sono più increduli di Chiellini dopo il contatto con Suarez. I suoi rivali interni sono più frastornati di Prandelli dopo gli scambi d’opinione con Balotelli. Inoltre, Renzi non si è ancora cimentato con la classica manovrona economica di fine o inizio anno (immancabilmente addebitata all’Europa), che di solito aggiunge tassazione palese a tassazione occulta (preferita da tutti i governi). Se non ora (al voto), quando? Lo scenario sembra delineato. Neppure San Pio da Pietrelcina riuscirebbe a convincere i senatori sulla bontà del nuovo, inelettivo, Senato. Figurarsi Don Matteo da Firenze. Ergo, meglio chiedere un mandato pieno ai cittadini: votatemi, e io vi salverò.

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