Martedì 26 Marzo 2019 | 01:27

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Ci riprovano. Incuranti degli scandali nazionali e locali, dal Mose all'Expo alla «rimborsopoli» in alcune regioni, la Politica tenta di far rientrare dalla finestra del nuovo Senato «in fasce», l'immunità della Casta che il governo aveva cacciato dalla porta principale. Un disastro, un’altra polpetta avvelenata di coloro (e sono tanti nonostante le apparenze) che cercano di mettere un macigno sulla strada del «riformismo rivoluzionario » di Renzi. Il quale, essendo un figlio dell'epoca delle post-ideologie, è più attento ai fatti che alle interpretazioni dei fatti. Tutto l’opposto della vecchia sinistra. E per questo piace, come emerge anche dagli ultimi sondaggi.

Renzi è consapevole che tante conversioni alla sua dottrina sono figlie del «buon tempo», cioè della vittoria schiacciasassi con Berlusconi e Grillo. Ma sa bene che molti lo aspettano al varco. E quello dell'immunità può essere un varco capestro per il giovane principe. Che è corso subito ai ripari con la fedelissima ministra Boschi che ha stoppato i «giapponesi» che non si rassegnano. L'immunità non è centrale, dice la giovane ministra. Basterà per fermare il partito trasversale del privilegio? È più che probabile e in ogni caso ci sarebbe il voto della Camera dove, da consolidati settori del Pd, mettono le mani avanti: qui quella proposta non passa. Poteri, grandi e piccoli, contropoteri, sindacati, gilde, corporazioni, partiti, settori del mondo della giustizia: si va compattando il ventre del Paese che vivacchia alla grande nel pantano e che non intende inchinarsi alla rivoluzione renziana. Nulla di nuovo.

Robert Musil nell’Uomo senza qualità scrive: «Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tenere presente il fatto che gli stipiti sono molto duri». Gli stipiti post-moderni, duri da debellare, sono le incrostazioni consolidate, le rendite, politiche e non, le consorterie, le corporazioni, gli ordini professionali, i politici autoreferenziali. Tutti armati a difendere il proprio ricco orticello. In questa vasta gamma del «morto che vuole portare con sé il vivo», rientra quella parte della politica cieca e sorda ai segnali di rabbia e ribellione che trasudano da una società sempre più angosciata. E che si è aggrappata a Renzi sentendosi all’ultima spiaggia dopo il fallimento della stagione della sinistra e della destra al potere. Invece la Finocchiaro (Pd ) e Calderoli (Lega) con un emendamento, sopprimono l’art. 6 della riforma presentata dal governo e reintroducono anche per i nuovi senatori le garanzie previste dall'art. 68 della Costituzione (cioè l'immunità) per tutti i parlamentari.

Che l'immunità in assoluto sia un privilegio è materia opinabile. I padri costituenti quando la introdussero, dopo il fascismo, lo fecero per salvaguardare i parlamentari da forti pressioni esterne e per garantire l'integrità dell’istituzione. Un corollario, quindi, dell'assenza del vincolo di mandato (cioè il parlamentare risponde solo a se stesso e nemmeno, formalmente, a chi lo ha votato), altro caposaldo per tutelare la libertà dell’eletto.
Il filosofo Salvatore Veca, nel suo ultimo saggio (Non c'è alternativa. Falso!, Laterza), analizzando la caduta verticale del peso della politica in rapporto agli altri poteri (tecnica e finanza) scrive che «la dilatazione del potere giudiziario, risponde, non solo da noi, alla geografia mutata dei poteri e il teorema di Montesquieu è stato mandato al macero».

La validità del principio dell'immunità resta inalterata, anche se la politica, in questi anni, ha fatto di tutto per far apparire un diritto come un gretto privilegio. E se si aggiunge che il cittadino-elettore non ha più il diritto di scegliere il proprio eletto, il dato è tratto: cresce la disaffezione, se non la disistima, e il 50 % degli elettori ormai non ritiene che la politica meriti il fastidio e la perdita di tempo di recarsi al seggio per votare. Poi, più nello specifico della riforma, le contraddizioni sono stridenti: se l'obiettivo è quello di porre fine al bicameralismo perfetto (che perdita di tempo e di senso), di produrre una Camera alta più legata alle tematiche del territorio (che così non voterebbe più la fiducia al governo) che senso ha ripristinare un vecchio diritto-privilegio ? Certo, poi il diavolo si nasconde nei dettagli: con tanti casi di consiglieri regionali o sindaci sotto inchiesta, qualcuno teme il rischio di ritrovarsi con neosenatori appesantiti, per usare un eufemismo, dai loro «guai» territoriali. Col paradosso di non potere usufruire dell'immunità in quanto consigliere regionale o sindaco, ma di poterla rivendicare come senatore. Un pasticciaccio.

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