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Eravamo stati facili profeti quando avevamo scritto che il carro del vincitore è sempre troppo piccolo. Su quello di Renzi non sono più disponibili neppure gli strapuntini. Oltre agli occupanti che già c’erano, sono saliti i grillini, la Lega e una buona parte di Sel. Forza Italia già s’era seduta grazie ai posti prenotati da quel furbone di Berlusconi in tempi non sospetti. Viene da chiedersi chi è rimasto a terra, cioè a fare l’opposizione, che per la legge dei pesi e contrappesi è l’unica garanzia che i cittadini hanno per evitare un governo che va a ruota libera. La prima tappa del carro trionfale renziano - sebbene assomigli più a un carro di Tespi - per il momento è la riforma del Senato. Il progetto è ancora da definire nei dettagli, ma il sorriso sornione di Calderoli - il papà del Porcellum - non fa presagire nulla di buono.

Ciò che appare assodato è che il nuovo Senato sarà formato da 21 sindaci; 74 consiglieri regionali e da 5 personalità nominate dal presidente della Repubblica. Basta questa composizione a far sorgere più di un legittimo sospetto. Il primo: perché negare agli italiani il diritto di scegliere direttamente i senatori? Per quanto saranno riviste le loro competenze, avranno pur sempre il potere di legiferare. Non è una buona ragione perché vengano scelti direttamente e non per interposta persona? Né ci risulta che nelle più sviluppate democrazie un’istituzione di questo livello non venga eletta direttamente dal popolo.

Secondo. Nel momento in cui si andranno a eleggere consiglieri regionali - secondo una diversa legge elettorale per ciascuna Regione - e sindaci, i cittadini su quale figura di amministratore dovranno concentrarsi? Un bravo sindaco, in grado di far funzionare scuole e trasporti o un bravo legislatore in grado di pensare al bene dell’intero paese?

Terzo. Il conflitto d’interessi. Una volta che il sindaco o il consigliere regionale siederà in Senato, faranno l’interesse particolare del territorio che li elegge o l’in - teresse dell’intero Paese?

Quarto. I superman. Già oggi anche il sindaco di un piccolo centro riesce con fatica a stare dietro a tutti gli impegni istituzionali e molto spesso è costretto a circondarsi di costosi portaborse, portavoce, assistenti e consulenti vari. Immaginando che qualche volta al Senato dovrà pure andarci, quella sfortunata città da chi sarà amministrata? Con una felice battuta, Berlusconi aveva definito un siffatto Senato come «dopolavoro dei sindaci». Ma ora evidentemente ha cambiato opinione anche lui e - ingravescente aetate - l’idea del dopolavoro comincia a piacergli. Di che cosa si occuperà il Senato di marca renziana? Anche qui le idee sono ancora confuse. Si sa che non voterà la fiducia, che sembra l’unica vera molla di questa riforma. Per il resto, eleggerà il presidente della Repubblica in seduta congiunta con la Camera (senza i rappresentanti delle Regioni?); eleggerà anche la parte di competenza dei componenti il Csm e poi dovrebbe avere potere su leggi regionali ed europee. Che significa dire tutto e dire nulla. In realtà l’unico obiettivo concreto che si otterrà sarà la fine del cosiddetto bicameralismo perfetto. Che in teoria è cosa buona e giusta. Anche se - va detto - in più d’una occasione al Senato è stato possibile modificare in meglio provvedimenti varati malamente dalla Camera. Insomma una sorta di rete di protezione.

Da domani in poi come si potrà rimediare a leggi imperfette perché frutto di incidenti di percorso o per ripicca di qualche manipolo di deputati o per altre inconfessabili ragioni? Così come accadde nel 2001 con la modifica dell’articolo V della Costituzione, è probabile che il rimedio sia peggio del male. Allora si pagò un prezzo al federalismo propagandato dalla Lega Nord. Le conseguenze sono state pesanti. A partire dal gigantesco contenzioso nato fra le Regioni e lo Stato sulle rispettive competenze.

E poi i costi: 90 miliardi in poco più di un decennio. Più soldi ha significato anche più ruberie e più scandali: 300 consiglieri indagati e 17 regioni chiamate in causa, quantificava ieri Michele Ainis sul Corriere della Sera. Questo «modello» sarà esportato ora nel nuovo Senato? Come si vede, una valanga d’inter rogativi, cui bisognerà dare risposte credibili e battute a effetto. Soprattutto da parte di chi è voluto salire sul carro del vincitore, dimenticando che le buone leggi le fa una buona opposizione e non una variopinta comitiva di politicanti.

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