Martedì 26 Marzo 2019 | 03:44

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Ci sono notizie di cui non vorresti mai occuparti perché spalancano le porte sugli abissi dell’animo umano. A Motta Visconti, vicino a Milano, un uomo l’altra sera ha fatto l’amore con la moglie, poi - mentre lei era davanti alla tv - l’ha accoltellata. È salito al piano di sopra e ha sgozzato i due figli: Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi. Si è ripulito dall’orrido sangue ed è andato a vedere con gli amici la partita della Nazionale. Al ritorno ha finto il ritrovamento e il dolore.

L’orrore di tutto questo dà la vertigine. E non ci può essere nessuna motivazione che sia razionalmente sostenibile. Figurarsi poi quando la spiegazione sarebbe che aveva perso la testa per una compagna di lavoro che neppure se lo filava. Sui social network, le moderne piazze di paese, è esplosa l’ira della gente. Ingiurie, anatemi, improbabili metodi di espiazione: dai lavori forzati, al carcere duro, alla «giustizia» sommaria degli altri detenuti. Non poteva essere diversamente. Immaginare castighi atroci ci libera dal senso di colpa e ci colloca su un piano diverso da quello del padre-marito-assassino. Perché è innanzitutto di questo che abbiamo bisogno di fronte al lungo e terribile elenco delle stragi familiari.

Le vittime sono sempre le stesse: le mogli e - fatto ancora più grave - i figli. Innocenti con la sola colpa d‘essere nati in una famiglia sbagliata. Su Carlo Lissi - l’assassino - ora si scateneranno criminologi e psichiatri per stabilire se nella sua mente ci sia qualcosa che non va. Un lucido criminale o un povero pazzo ossessionato da un amore impossibile? La battaglia a colpi di perizie sarà lunga. In ballo ci sono l’ergastolo o una pena assai più mite.
Ma non è questo che può bastare. Una «condanna esemplare», come si diceva una volta, può acquietare l’indignazione e la sete di giustizia. Ma temiamo che non contribuisca a capire un problema che rischia di trasformarsi in un fenomeno frequente.

Perché se Carlo Lissi è un pazzo, c’è poco da fare. È la stessa malattia la sua condanna. Ma se, come sembra, il commercialista di Motta Visconti ha premeditato lo stermino di moglie e figli allora bisogna almeno interrogarsi se non stiamo sbagliando qualcosa. Il venir meno della sua sacralità sta riducendo la famiglia a una sorta di accessorio sociale: la faccio, non la faccio, la rompo, la cambio, la cancello e via con tutte le possibili opzioni. Nel giro di pochissimo tempo siamo passati dalla famiglia unica e indissolubile alla famiglia usa e getta. Due estremi, due eccessi, due errori.

Carlo Lissi forse voleva liberarsi per sempre di quel rapporto che riteneva ormai finito, anzi d’ostacolo alla sua esuberanza sentimentale. E questo spiegherebbe l’accanimento sul corpicino del povero Gabriele: rappresentava il legame più recente con il passato. Ma allora - viene da chiedersi - in una società in cui i rapporti e i sentimenti si fanno sempre più superficiali, in cui ci si lascia e ci si prende come una mutanda al supermercato, non sarebbe stato più semplice per Lissi dire addio e basta? In apparenza sì, nella realtà no. Perché è sempre difficile gestire con maturità sensi di colpa, frustrazioni, rimorsi. Richiede grande forza ammettere di aver sbagliato e di subirne le conseguenze su tutti i piani: degli amici, dei rapporti, addirittura della professione.

Ai compagni di lavoro di Lissi l’azienda ha infatti ordinato di tacere, di non parlare con i cronisti. Scelta forse anche saggia per difendere la memoria di tre persone che non ci sono più. Certo, nella società in cui ogni dettaglio di vita, anche il più intimo, deve essere dato in pasto ai media e ai social network, è anacronistico parlare di valore della memoria. Ma forse la tragedia nella villetta di Motta Visconti ha le sue radici più lontane proprio lì: nella persona che è ormai solo un utente, un cliente, un follower, un acquirente, un contribuente e mai un uomo, una donna o un bambino. È l’abisso della società contemporanea che non riusciamo a vedere. Ci appare solo di riflesso in quei corpi straziati nella sera in cui gli italiani pensavano solo alla Nazionale.

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