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Mario Draghi potrà ridurre il costo del denaro a valori di saldo, ma fino a quando l’illegalità si manterrà su livelli siderali, l’Italia rivedrà la ripresa economica solo con il binocolo. C’è poco da stare allegri. Il bollettino quotidiano di scandalusia - lo rivela anche il Censis - costituisce il più convincente spauracchio contro tutti gli investitori esteri smaniosi di scoprire la Penisola non solo per le beltà artistiche, ma anche per le attività di business.

La legalità è la principale infrastruttura di una nazione. Più latita il rispetto della legge, più diminuisce la ricchezza di una nazione. Più i governanti si ritengono al di sopra del diritto, più s’avvicina la rovina della comunità, come già avvertivano Platone (428-348 avanti Cristo) e Aristotele (384-322 avanti Cristo), i due maestri del pensiero filosofico occidentale.

Lo Stato italiano, però, fa di tutto per minare la legalità, di per sé già claudicante. Leggi astruse e contraddittorie, autorità che si moltiplicano e si rincorrono, istituzioni che si combattono e si confondono. Una giungla normativa e criminogena che sembra creata apposta per premiare la Razza Furbona, la Razza Padrona, la Razza Predona, ossia il campionario più impresentabile della vetrina nazionale. Il procuratore aggiunto Carlo Nordio, titolare dell’inchiesta sull’indecente Venezia, e promotore della retata degli squali lagunari, lo ha spiegato con stile tacitiano.

Fino a quando - è il suo ragionamento - non si semplificherà una legislazione incomprensibile, fino a quando lo Stato non ridurrà la propria ingerenza nell’economia, fino a quando il principio della libera concorrenza rimarrà solo una pia enunciazione, il tasso di corruzione nella Penisola sarà più esplosivo di dieci vulcani attivi.

Si dice: servono più controlli. Ma i controlli si sono riprodotti come conigli negli ultimi tempi, basti pensare all’inflazione delle Autorithy o dei Garanti, che oltre ad assicurare stipendi da sceicchi per i diretti interessati non hanno generato particolari benemerenze. Anzi, hanno dato il loro contributo all’erosione dei pubblici bilanci. La stessa legge Severino, nata per espugnare tangentilandia, non sembra aver sortito risultati confortanti ed effetti deterrenti. Chi rubava continua a rubare. Più controllori, dunque? Ma, si chiedeva il poeta latino Giovenale (55-127 dopo Cristo): quis custodiet ipsos custodes? Chi controllerà gli stessi controllori? Già. Perché non è flebile, per i controllori, la tentazione di abusare dei controllori. Infatti nell’indagine di Venezia emerge che i guardiani facevano a gara con i ladri nel saccheggio dei fondi pubblici.

La corruzione è nata con l’uomo, è sufficiente ripercorrere la letteratura da Omero in poi. La storia economica ha dimostrato che la pianta del malaffare si può tagliare, ma non estirpare. Finora, la cura che ha ottenuto gli esiti migliori consiglia un ruolo non pervasivo e invasivo dello Stato in economia. Del resto, lo sottolineano le statistiche: i Paesi più compromessi sul piano morale sono quelli in cui la libertà economica balbetta, in cui dietro ogni norma vincolistica c’è un esattore pronto a riscuotere il pedaggio. Invece, in Italia, che si fa? Anziché potare le interferenze statali e sub-statali in economia, si raddoppiano le norme, con la conseguenza di creare una situazione ancora più congeniale per gli scambi illegali, per gli incredibili comportamenti compensativi (diciamo così) adottati per aggirare ostacoli lunghi dieci chilometri.

La questione è anche o soprattutto culturale. Il liberismo non è la soluzione dei mali del pianeta, ma a sentire certi maestri del pensiero di casa e bottega in tv, parrebbe che anche dietro lo scandalo veneziano ci sia il tanto vituperato pensiero economico timbrato innanzitutto dallo scozzese Adam Smith (1723-1790). Che c’entra il liberismo con un appalto pubblico, congegnato per giunta in barba a tutti i precetti della libera concorrenza e dei ribassi necessari? Invece, la manipolazione del linguaggio chiama in causa, anzi mette sul banco degli imputati, proprio il liberismo, che nel caso Venezia c’entra come un bikini al Polo Nord. Con la conseguenza che la terapia d’urto contro il malloppismo nazionale si nutre ancora con dosi di nuove vitamine statalistiche. Una spirale perversa, con soluzioni che aggravano il male, anziché ridimensionarlo.

Eppure la biblioteca storica italiana è istruttiva. Il periodo in cui le cronache giornalistiche sono state meno affollate dagli scandali finanziari coincide con gli anni Cinquanta-Sessanta, quando la commistione tra Stato (cioè la classe politica) ed economia era di gran lunga inferiore rispetto ai livelli successivi. Oddio. Anche nell’era degasperiana c’era chi, nella nomenklatura, si distingueva per la mano morta nei confronti delle finanze pubbliche. Ma era una mosca bianca, o quasi, e soprattutto doveva mettere in conto, una volta scoperta, la riprovazione da parte dell’opinione pubblica. Oggi, invece, non solo dilaga quel sentimento di immunità-impunità scaturito dalla logica del «così fan tutti», ma si è spezzato persino il cordone sanitario rappresentato dalla condanna sociale. Segno che l’illegalità, in Italia, è un fatto di massa, oltre che di Palazzo. Del resto, a rubare non provvedono solo settori della classe di governo, ma anche pezzi della cosiddetta società civile, come confermano tutte le indagini giudiziarie.

E allora? Bisogna cercare la verità nei fatti, insegnava il cinese Deng Xiaoping (1904-1997). E i fatti dicono che, per mitigare i fatturati di Corruttopoli, bisogna mettere a dieta lo Stato insaziabile: per non offrire occasioni alla Casta famelica. Programma vasto e ambizioso, ma finora non se ne conoscono di più efficaci.

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