Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:32

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Il diritto all'oblio per vivere come una cosa dimenticata

di Valentino Losito
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Fu Pier Paolo Pasolini, nel 1975, a suonare l’allarme sulla «omologazione» che i mezzi di comunicazione, e in particolare la televisione, stavano creando nella società post-industriale con una tendenza all’uniformità socio-culturale. Pur vivendo in un mondo molto differente dal nostro, Pasolini anticipò di decenni, con la saggezza del poeta-profeta, l’attualità di quei processi. Pasolini sottolineava come un certo tipo di progresso tecnologico avrebbe potuto distruggere non solo l’ambiente, ma anche le realtà sociali e le peculiarità culturali di una comunità.

Nelle scorse settimane è stato un altro intellettuale italiano, lo scrittore Claudio Magris, a lanciare un nuovo grido di dolore sui rischi del pensiero unico elettronico, quando ha rivendicato il diritto a non entrare d’ufficio in Facebook dopo che un suo ignoto ammiratore lo aveva iscritto a sua insaputa. Magris ha difeso il suo diritto alla «disabilità digitale» contro quel «partito invisibile che vorrebbe far indossare a tutti la stessa camicia e lo fa in modo subdolo e insidioso».

Le riflessioni di Pasolini e Magris tornano di attualità dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che riconosce il diritto all’oblio dei cittadini e della conseguente apertura da parte di Google. Il colosso di Mountain Wiew ha infatti deciso di mettere a disposizione degli utenti europei un modulo da compilare on line con il quale chiedere la cancellazione dei risultati di una ricerca non più adeguati o rilevanti. È il tentativo di soddisfare un’esig enza sempre più avvertita nell’opinione pubblica e cioè quella di bilanciare il diritto all’informazione con quello alla privacy. Google ha rivelato che nel 2007 ha salvato ogni singola ricerca effettuata dai suoi utenti e ogni singolo risultato cliccato, conservando così e organizzando qualcosa come 30 miliardi di ricerche al mese. Con la possibilità di collegare le ricerche fatte nel tempo da ogni utente con una precisione impressionante. La conferma che questo gigantesco motore di ricerca sa tutto ciò che abbiamo cercato e quando lo abbiamo fatto.

È l’avverarsi, insomma, della profezia che George Orwell descrisse nel suo romanzo «1984», scritto nel 1949, e allora considerato fantascientifico, in cui lo scrittore inglese anticipa il concetto di «grande fratello», ovvero di un’entità paragovernativa che tutto sorveglia e spia ogni essere umano. Ben venga quindi ogni iniziativa, ogni allarme, ogni richiamo che ricordi che al centro di ogni autentico progresso deve esserci l’uomo, la sua dignità, la sua liberazione da qualunque tipo di tirannia: fosse anche quella dell’obbligo ad essere ricordato, o continuamente monitorato. Senza avere nessuna uscita di sicurezza, dove ritrovare una dimensione di interiorità e di ascolto di sé nella continua ricerca di senso della propria vita. Giuseppe Ungaretti, nella sua celebre poesia «Natale», invoca di essere lasciato in un angolo, accanto alle capriole di fumo del focolare, «come una cosa dimenticata». E un altro poeta, Sandro Penna, sognò di poter «vivere addormentato entro il dolce rumore della vita».
Quel desiderio dell’uomo di ogni tempo e soprattutto del nostro, segnato dalla dittatura del presente e del rumore, di voler essere estraneo e al tempo stesso partecipe della vita, coinvolto nel turbinio dell’esistenza e allo stesso tempo avulso da essa. La ricerca della grande bellezza al tempo del web.

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