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Cuore, carattere e passione e il sogno del Bari diventa realtà

di Francesco Costantini
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Corazón, carácter y pasión! La ricetta è semplice: basta seguire le indicazioni di un caballero come Sergio Ramos. Cuore, carattere e passione. Eccolo lassù il Bari, alle porte del paradiso, sospinto dal battito ipertrofico di cinquantamila assatanatissimi, innamoratissimi tifosi. Da martedì, a Crotone, proverà a ricucire gli ultimi lembi di una storia strappata malamente solo tre anni fa, che visti ora sembrano trenta o forse trecento. Non ci sono più aggettivi da dedicare a questa squadra, a questo gruppo fenomenale capace di compattarsi, di guardarsi dentro, di pescare risorse che nessuno credeva disponibili. Prendete la partita di ieri sera col Novara, una di quelle con tutti i vivi a combattere, nel senso che in campo e in panchina c’erano davvero solo gli ultimi rimasti in piedi. Neppure il gol un po’ fortuito di Gonzales ha ammazzato lo spirito, l’anima del Bari.

Eccolo Edgar Cani andare a battersi nel cuore della difesa del Novara, eccolo spaccare la porta con un colpo di testa di rabbia e forza, rimettere in piedi squadra e pubblico. La sua faccia, dopo il gol, parlava chiaro. Niente festeggiamenti, andiamo a vincere, non perdiamo tempo. E di nuovo nel cuore dell’area, a mettere il piattone che valeva il sorpasso, mentre il Siena andava giù e lo Spezia non riusciva a passare a Latina. E Galano, con un piede incartato su se stesso, in piedi a colpi di infiltrazioni. O Beltrame, forse quello che aveva più deluso perché più atteso, grande talento sempre inespresso. Giunto al fin della tenzon, è toccato lui, di giustezza, chiudere la festa pazzesca del San Nicola.

Tutti super, niente da dire, per coraggio e dedizione. Una parola però la sprechiamo per un signore che stava per andare in pensione, che credeva di essere arrivato al capolinea dopo una bella carriera di serie A ad eccellenti livelli: Gennaro Delvecchio. Ieri sera il barlettano s’è preso la squadra sulle spalle, l’ha tranquillizzata, le ha tolto la frenesia che rischiava di toglierle efficacia. Qua, palla a me, andate e correte che io ve la ridò. Non l’ha sprecata mai, ha fatto legna e distribuito, ha regalato coraggio nel momento della tempesta, ha chiamato l’assalto che ha schiantato i piemontesi quando li ha visti arretrare impauriti. Lui lo ha già detto: «Un giocatore pagherebbe per vivere certe emozioni e tanti non ci riescono mai in una carriera. A me ritrovarmi coinvolto in questa avventura ha fatto l’effetto del gerovital calcistico».

Intanto, ci siamo tolti un pensiero: Paparesta non porta affatto rogna. C’era lui e il Bari buscava, se n’era andato e i biancorossi si sono messi a volare. È tornato lui e il Bari le ha ribuscate ma al secondo appello ha buttato giù il muro e si è goduto la festa per i playoff insieme a tutta la città e alla provincia, tutti insieme impazziti per un traguardo che, solo tre-quattro mesi fa, sembrava un’ipotesi delirante. E ieri sera Gianluca ha fatto i complimenti a tutto lo staff tecnico e a quello dirigenziale, dimostrando anche di essere capace di andare avanti da uomo vero, dimenticando rancori e sofferenze di un recente passato. La squadra, prima dell’inizio della partita, è andata sotto la tribuna con una maglia di ringraziamento per il direttore sportivo Angelozzi, uno che oggi ha tutto il diritto di godersi un piccolo trionfo, comunque vada a finire.

Non abbiamo alcuna voglia, in una serata come questa, di puntualizzare alcunché, ma Guido (ed il suo alter ego, il segretario Piero D’Oronzo) sono i due che oggi tutta Bari può davvero ringraziare per essere riusciti a portare in salvo una barca lasciata alla deriva in balia di onde alte e pericolosissime. Non avete nemmeno idea di quanto il club sia stato vicino ad affondare per sempre, forse non l’avrete davvero mai. Però fidatevi: mancava pochissimo. A proposito: «ci rin cin cin» è l’urlo, il rito liberatorio che lo spogliatoio fa a fine partita. Lo faceva un vecchio allenatore saggio che si chiama Giorgio Rumignani, che sedette anche sulle panchine di Barletta e Andria.

Infine, il punto di penalizzazione che ieri la Corte di Giustizia federale ha confermato. Fidatevi, lo hanno fatto solo perché i cosiddetti terzi (Spezia, Siena, Crotone, Modena) avrebbero potuto ricorrere al Tnas e bloccare i playoff. Era più facile tirare ad accoppare il Bari, come spesso è accaduto in questi anni (il caso Caputo urla vendetta). Per ora, la prendono in faccia al naso anche loro. Ed è un gusto sopraffino.

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