Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:11

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Dalla Basilicata emigrano tutti. Ma proprio tutti. Non solo disoccupati e ragazzi che si iscrivono all'Università. Anche la storia e le radici fanno fagotto per colpa di un magma burocratico innervato da indifferenza, insensibilità e, diciamolo pure, ignoranza. Concentrati a contare cervelli, talenti e intelligenze in partenza, arrovellandosi sulla mancanza di lavoro e di opportunità, i lucani rischiano di vedersi sfuggire di mano la loro stessa identità. La loro memoria.

Da Rionero (Potenza) sono finiti nel Varesotto cimeli che appartengono alla civiltà contadina. Li aveva donati al Comune, circa dieci anni fa, un cittadino, Michele Palazzo, con l'idea di aprire in paese un museo per far conoscere ai più giovani come si viveva nelle campagne tra l'800 e il '900. Un patrimonio ceduto gratuitamente al Municipio proprio dietro la promessa di esporlo al pubblico. Oggetti, utensili, attrezzi, materiale appartenuto alla famiglia Palazzo che aveva raccolto, selezionato e gelosamente custodito fino al giorno in cui Michele, emigrante tra gli emigranti, ha deciso di lasciare la sua terra per trasferirsi in Lombardia.

A maggio del 2003 la cerimonia di inaugurazione del museo al piano terra dell'abitazione che fu di Giustino Fortunato (Rionero, 4 settembre 1848 – Napoli, 23 luglio 1932) politico e storico tra i più importanti rappresentanti del Meridionalismo. Incursione in scenari antichi, nel mondo della gente dei campi. Magia che, però, nell'arco di un paio d'anni esaurisce la sua carica emotiva e il suo appeal. I locali vengono “riconvertiti” per ospitare tracce del brigantaggio in attesa che si completino i lavori di ristrutturazione dell'ex carcere borbonico, dove Ninco Nanco & C. avrebbero trovato una nuova e definitiva casa.

 

Nel frattempo pentole in rame, brocche per l'acqua, giare in terra cotta, macinini per il caffè, ferri da stiro a carbone finiscono nell'oblìo. O meglio, dalle stelle alle stalle. E non è un modo di dire: trattati come ferri vecchi, vengono ammassati proprio nelle stalle dei Fortunato.

 

Un colpo al cuore di Michele Palazzo. Offeso, rammaricato, deluso per il trattamento riservato ad una testimonianza del mondo rurale in cui si annida la storia e l'anima della sua famiglia. Se deve marcire in anfratti umidi e bui meglio riprendersi tutto quel tesoro. Municipio ingrato. Il cittadino va giù duro e dopo lettere e fax arriva a coinvolgere nella storia anche il tribunale, citando in giudizio il Comune per le “disattese condizioni alla base della donazione”.

Il percorso giudiziario, lungo e tortuoso come sempre, si conclude con la condanna dell'ente che dovrà accollarsi le spese per trasportare fino a Varese, dove oggi abita Palazzo, quel piccolo, grande mondo contadino. Che non ha saputo valorizzare. Un altro piccolo tassello va ad aggiungersi all'Italia distratta e sciupona dei crolli di Pompei, della muffa alla Reggia di Caserta, delle chiese rupestri nel degrado. Storie di monumenti, reperti e testimonianze trattate con la delicatezza di un elefante nella cristalleria. In questo, l'ex Belpaese è proprio un tutt'uno.

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