Martedì 19 Marzo 2019 | 15:37

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di Michele Partipilo
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di Michele Partipilo

L’ondata di arresti per il giro di tangenti legate all’Expo 2015 di Milano ha avuto una grande eco mediatica. Ma nonostante le rutilanti dichiarazioni di personaggi politici più o meno in vista, non si è registrata alcuna reazione di sdegno da parte di quella che, a torto o a ragione, si continua a chiamare «società civile». Anche la notizia che la guardia di finanza sta indagando su una presunta mazzetta di quasi 15 milioni per l’affare dei treni delle Sud Est in Puglia non ha scaldato più di tanto gli animi. Che succede? Una overdose di informazione o un’assuefazione alle tangenti?

La seconda ipotesi appare la più verosimile. Dobbiamo prendere atto che le grandi speranze di un’Italia diversa all’indomani della stagione di «Mani pulite» sono rimaste deluse. I posteri dovranno scervellarsi per capire quale è stata la differenza fra Prima e Seconda Repubblica. In molti - e fra questi lo stesso Primo Greganti, che con ogni evidenza è da ritenersi un esperto del settore - hanno detto che il giro delle tangenti in realtà non si è mai fermato, anzi è più florido che mai. E a scorrere i mattinali della polizia giudiziaria si hanno ampie conferme. Ogni settore è infettato dal morbo corruttivo: dalle istituzioni alle aziende, dalle Università agli ospedali. Un flagello più agguerrito di ogni pandemia. Inasprire le pene non è servito a niente e il deterrente giudiziario, nonostante le premesse e le promesse, si è rivelato un flop.

La corruzione è il tumore di ogni sistema politico. In alcuni resta allo stato latente o appena si manifesta è contrastato dall’azione di una serie di anticorpi; in altri si allarga a dismisura e le sue metastasi raggiungono tutti gli organi vitali di quel paese. L’Italia si trova purtroppo in questa seconda situazione e senza un livello di corruzione così alto non avrebbe certamente lo stesso debito pubblico; non avrebbe così tanti sprechi; la macchina pubblica sarebbe molto più efficiente; le gare d’appalto sarebbero molto più veloci e semplici e le opere previste realizzate bene e in tempi certi. Invece, non è affatto così. Ora se è vero che la corruzione è malattia endemica della politica, può la stessa politica avere una funzione omeopatica e curare se stessa?

Non siamo in grado di dare una risposta definitiva, ma è evidente che la corruzione a livello sociale è percepita ormai come «male normale» e nessuno più se ne scandalizza. Il concetto che «ungere la ruota» è sempre utile; che una mazzetta può risolvere molte situazioni; che tanto all’aiutino ricorrono tutti e che se non fai così resti indietro, sono convinzioni ormai radicate.

Lo stesso papa Francesco, che deve avere pure lui il suo bel daffare a lottare contro le tangenti sotto le tonache, qualche mese fa ha affrontato la parabola del padrone che loda l'amministratore disonesto per la sua furbizia: «Eh sì - dice Bergoglio - questa è una lode alla tangente! E l'abitudine della tangente è un'abitudine mondana e fortemente peccatrice. È un'abitudine che non viene da Dio: Dio ci ha comandato di portare il pane a casa col nostro lavoro onesto! E quest'uomo, amministratore, lo portava, ma come? Dava da mangiare ai suoi figli pane sporco! E i suoi figli, forse educati in collegi costosi, forse cresciuti in ambienti colti, avevano ricevuto dal loro papà, come pasto, sporcizia, perché il loro papà, portando pane sporco a casa, aveva perso la dignità! E questo è un peccato grave! Perché si incomincia forse con una piccola bustarella, ma è come la droga. Dunque l'abitudine alle tangenti diventa una dipendenza».

Pone due questioni importanti il papa. La prima è l’eclissi dell’onestà, parola ormai scomparsa dal lessico quotidiano perché evidentemente non indica più qualcosa di attuale. La seconda è il concetto di «dipendenza»: la bustarella come una droga che crea dipendenza e assuefazione certo, ma anche come è effetto di tutte le droghe, altera il rapporto con la realtà. Così ogni opera pubblica costa sempre di più del giusto e si realizza in tempi più lunghi; ogni concorso è vinto da chi ha meno merito; ogni posto è assegnato alla persona meno meritevole. L’elenco è sterminato ed è un grumo di ingiustizie che soffocano la vita di ciascuno.

C’è però un aspetto che non si può ignorare: ogni corrotto ha bisogno di un corruttore. E dunque dietro ogni Greganti c’è qualcuno di noi che è andato a offrirgli qualcosa in cambio di qualcosa. Ed è questa forse la ragione per cui oggi non vediamo manifestazioni pubbliche di sdegno: perché in pochi o pochissimi possono scagliare la prima pietra. Se così è, non c’è dubbio allora che per superare la lunga e opprimente stagione di «Mani sporche» occorrerà aspettare un qualche evento che sconvolga ogni cosa. Perché non è pensabile che i politici cambino né si vede una società unita e agguerrita nel chiedere il cambiamento. Temiamo che bustarelle, tangenti e mazzette resteranno a lungo sulle prime pagine dei giornali.

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