Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:16

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di Michele Partipilo
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Mancano una ventina di giorni alle elezioni che porteranno gli italiani a scegliere i nuovi rappresentanti nel Parlamento europeo, le amministrazioni di oltre quattromila comuni e della Regione Piemonte. La campagna elettorale, almeno sulla carta, si presenta un po’ strabica: da una parte l’istituzio - ne recepita dalla gente come più lontana e astratta, dall’altra quella più vicina e concreta. Le europee si stanno trasformando in politiche camuffate, ancorché molto diverse come logica e come sistema elettorale. Grillo ha dichiarato che vincerà il suo movimento, che in seguito a tale successo Renzi dovrà dimettersi e che anche Napolitano dovrà sloggiare dal Quirinale. Immaginiamo che se il risultato dovesse essere particolarmente favorevole ai pentastellati, papa Francesco dovrà pensare a un conclave.

La realtà è che siamo di fronte a una campagna elettorale che è propaganda pura, giocata sulle battute, sulle frasi a effetto, sulle iperboli fine a se stesse. E questo, purtroppo, non solo dalla parte di Grillo. Tutti i partiti, ciascuno con le sue caratteristiche, sono sulla strada di una comunicazione esagerata e vuota che di politico ha ben poco. Un delirio comunicativo e nient’altro, accresciuto dai miraggi che strumenti come Internet e i social network riescono a creare con impressionante facilità.

La politica che già da tempo è drammaticamente lontana dal paese reale, oggi appare letteralmente in fuga, tutta concentrata nel suo parlarsi addosso attraverso ore e ore di stanchi e ripetitivi talk show o di prolifici tweet. È bastata la festa appena celebrata del 1° Maggio per far emergere sprazzi di realtà. Lì dove c’era la gente vera e non le comparse dei salotti televisivi, si è vista la contestazione, sono riecheggiate le parole che forse uscivano dalla pancia piuttosto che dalla testa, ma che erano autentiche. Ad ascoltarle non c’erano i politici e neppure i «Sindacalisti» - quelli con la S maiuscola - impegnati in manifestazioni che sono sembrate al confronto stanche liturgie di una rappresentanza dei lavoratori ingrigita e sterile alla pari della politica e a questa accomunata dalla difesa di privilegi acquisiti in tempi lontani e assai diversi.

Anche se rivolgiamo lo sguardo all’altro binario elettorale, le amministrative, non sembra di poter scorgere segnali portatori di cambiamento. In tutti i comuni, dai più piccoli alle città metropolitane, si è scatenata una corsa a candidarsi che, come è stato già autorevolmente rilevato, assomiglia tanto alla ricerca di un posto retribuito per almeno cinque anni. Liste, tante liste, ma poche idee concrete. Piuttosto grandi e solenni proclami come se un sindaco dovesse preoccuparsi delle sorti dell’universo e non dei marciapiedi, degli autobus, delle strade, del verde, delle scuole, dell’assistenza e della sicurezza dei suoi cittadini.

Purtroppo l’ascesa di Renzi nel suo partito e poi a palazzo Chigi ha contribuito a rafforzare il malvezzo del sindaco planetario e il convincimento che quella è la strada giusta per fare carriera. Con tali premesse sembrano facili alcune previsioni. La prima è che, complice anche il giorno unico di apertura dei seggi, caleranno ancora i votanti. Alle Europee del 2009 l’affluenza in Italia era stata del 65 %; del 66,88 % alle amministrative del 2012; del 62,38 % alle amministrative del 2013 e del 75 % alle politiche del febbraio 2013. Se si sommano le assenze alle schede bianche e nulle, non c’è dubbio che il primo partito - Grillo ce lo consenta - sarà proprio chi non vuole partecipare alla vita pubblica. E questa è già la sconfitta più grande della politica, se la consideriamo nella sua accezione tradizionale di arte di governare la società. Ma è allo stesso tempo l’inveramento della sua degenerazione in arte di gestire gli interessi personali.

Ora qui bisogna essere chiari perché forse siamo a un punto di svolta. Senza la buona politica, a qualsiasi livello, non si va da nessuna parte. È inutile rincorrere sogni e promesse: la realtà si cambia se si opera nell’interesse della società. Anche i rimedi taumaturgici di Renzi si stanno rivelando per quello che sono. Il lavoro, la giustizia, l’istruzione, la sanità non si creano per decreto.

La società va costruita giorno dopo giorno con la partecipazione e i sacrifici di tutti. Noi italiani, purtroppo, abbiamo smesso da qualche decennio quest’opera edificante, adagiandoci da un lato sui benefici raggiunti e dall’altro sull’il - lusione che l’importante sono i propri interessi. Ciò ha fatto sì, per esempio, che buona parte della borghesia imprenditoriale e illuminata si sia ritrovata senza eredi, senza gente in grado portare avanti l’opera dei padri e dei nonni. Molto spesso semplicemente perché i padri e i nonni si alzavano alle 5 per essere i primi in fabbrica, in negozio o sul cantiere, mentre i figli alle 5 rincasano dopo notti di sballo. Se non si prende coscienza del cambiamento necessario, chiunque sarà eletto - al Parlamento di Strasburgo o al comune di Canicattì - buono o cattivo, capace o incapace non riuscirà da solo a invertire una rotta che ci sta portando a sfracellarci contro gli scogli. La forza per tale drastico cambiamento può arrivare solo dal basso. È inutile aspettare sempre provvidenziali interventi dall’alto. Anche perché nella storia, quando ci sono stati, sappiamo che cosa hanno combinato gli uomini della Provvidenza.

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