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«Dell’Italia non mi fido più. la Costituzione parla di una Repubblica che si fonda sul lavoro, ma non è vero. Dovrebbero cancellarlo quell'articolo». A sconfessare l’Italia, le sue istituzioni e i suoi princìpi costituzionali è un 47enne pugliese di Campi Salentina. Si chiama Giuseppe Del Carro e quella frase l’ha scritta in una lettera disperata con la quale ha chiesto un lavoro. E fin qui nulla di nuovo, purtroppo, per le cronache dell’Italia devastata dalla crisi. La novità sta nel fatto che la lettera non è indirizzata al presidente della Repubblica ma all’Ambasciata della Repubblica Popolare cinese. E così il gesto di un uomo schiacciato dall’angoscia di non avere il lavoro fisso dal 2008 e di dover mantenere una famiglia (moglie e due figlie, come scrive nel suo appello) diventa il paradigma di un Paese che ha perso la speranza e la fiducia in se stesso. Inutile bussare alle porte degli imprenditori. Superfluo rivolgersi alle autorità. Impensabile credere alle liste di collocamento.

E allora che fare? Una domanda carica di significato storico e politico. E la «risposta» del disoccupato di Campi Salentina vale più di un trattato di economia sociale. L’osservazione empirica della realtà che ci circonda racconta un paesaggio urbano che cambia forma e sostanza. Spariscono le insegne italiane e quando una vetrina riapre si anima di volti e merci provenienti dalla Cina. È il segno dei tempi, rispecchiato nei numeri dei grandi istituti di ricerca: l’economia cinese alla fine del 2014 sarà la prima al mondo, strappando lo scettro in mano agli Usa dal 1872. Un traguardo raggiunto con cinque anni di anticipo rispetto alle previsioni che ipotizzavano il sorpasso nel 2019. Ma al disoccupato di casa nostra, alle prese con il bilancio familiare, le bilance commerciali del mondo interessano poco.

È, forse, la chiusura del cerchio della globalizzazione. Se le imprese che funzionano sono cinesi, è allora ai cinesi che bisogna chiedere lavoro. E, dunque, non resta che scrivere all’ambasciata della Cina chiedendo un contatto con un imprenditore che possa mettere alla prova chi con la forza della disperazione è disposto a dimostrare impegno e voglia di sacrificio. Perché il pensiero corre immediatamente ai modi di dire che ormai sono in voga. «Lavorare come un cinese» è sinonimo di lavoro ai limiti dello schiavismo. Non solo in Cina ma anche in Italia.

Paradossale, se questo sillogismo viene codificato nella terra del caporalato dei cafoni di un tempo e dello schiavismo nei campi di pomodoro di oggi. Tuttavia «lavorare come un cinese» è un modo di dire calato concretamente nella realtà se pensiamo a tragedie come quella di Prato sei mesi fa, quando l’in - cendio divampato in una fabbrica- prigione-dormitorio ha bruciato le vite di sette operai tessili. Ma non importa. L’Italia bucherellata dalla crisi di fronte alla domanda «che fare?» è disposta a rinnegare se stessa e decenni di conquiste. I diritti dei lavoratori ormai sono percepiti come fortune per pochi privilegiati; le garanzie sono diventati odiosi ostacoli per la creazione di nuovo lavoro; e i cinesi, incautamente simbolo stesso dello sfruttamento del lavoro nella percezione comune, sono diventati l’ultima risorsa sulla quale fare conto. E probabilmente a giusta ragione.

Un’impresa cinese ha rilevato il gruppo milanese Krizia. Un gruppo automobilistico cinese ha rilevato la svedese Volvo. Un altro ha salvato dal disastro la francese Peugeot-Citroen. Giusto per fare alcuni tra centinaia di esempi possibili. E allora al diavolo la storia del Novecento e pure le riforme di Renzi. Riscriviamo la Costituzione guardandola da Campi Salentina: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro che possono offrire i cinesi». Rassegniamoci.

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