Giovedì 22 Agosto 2019 | 17:51

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In un Paese libero i giornali sono più importanti del governo, come insegnava uno dei fondatori della democrazia americana. Ma la classe politica italiana, a dispetto di proclami e dichiarazioni altisonanti, non dev’essere particolarmente sensibile alla libertà di informazione se, appena può, cerca di contrastare e massacrare la libera stampa.
Ultimo in ordine di tempo il più «innovativo» della nomenklatura politica: Matteo Renzi. Sì proprio lui, il premier più giovane della storia patria. A furia di rottamare tutti e tutto, il presidente del Consiglio sembra non distinguere un albero da una fontana. Ieri ha annunciato lo stop all’obbligo di pubblicare sui giornali l’annuncio di gare e aste. «Si fa tutto on line», ha detto l’internauta di Palazzo Chigi.
L’unica speranza è che il capo del governo si sia fatto prendere dalla furia iconoclastica o che abbia accusato gli effetti di una quarantena forzata (di quattro giorni) nella sua stanza dei bottoni. Altrimenti ci sarebbe da dubitare sul serio sulla capacità di Renzi di voler salvaguardare gli interessi generali della nazione.
Togliere ai giornali l’annuncio di gare e aste significa condannarli a morte certa e immediata. Significa smantellare la funzione chiave di una società democratica: il controllo del potere politico-burocratico-economico-militare da parte dell’opinione pubblica. Renzi potrebbe replicare: ora c’è Internet. Non scherziamo. Internet è una grande invenzione, ma Internet sta all’informazione come una pornostar sta alla verginità. Internet è una cloaca, una discarica, uno sfogatoio di umori e sentimenti in nome di quella democrazia diretta che costituisce l’anticamera del totalitarismo.
Renzi potrebbe obiettare: ma perché gli annunci di gare e aste dovrebbero andare sui quotidiani? Glielo spieghiamo noi: perché i siti sul web, che pubblicano queste informazioni, non vengono consultati dalla gente comune (che invece sfoglia i quotidiani), ma solo dalle imprese, cioè dall’1 per cento della potenziale platea di interessati. Che facciamo? Non teniamo conto delle persone normali?
Ma che Stato è uno Stato che dà soldi a tutti come un ubriaco, ma poi vuole prosciugare una tra le fonti primarie di sostentamento dell’editoria? L’avesse detta un dittatore la frase di ieri, presidente Renzi, nulla quaestio. Ci sta. Ma l’ha detta lei, che evidentemente ignora la crisi dell’editoria, o non se ne vuole occupare proprio. Anzi, forse non vede l’ora di affrettarne l’eutanasia.
Ma se in Italia l’italiano è diventata una lingua comune, se sono venuti alla luce gli scandali della Razza Padrona, i meriti vanno attribuiti in primis ai giornali. Sono stati i giornali, con il loro linguaggio popolare e divulgativo, e non più paludato, ad aver realizzato la vera unità nazionale. Altro che la politica. Sono stati i giornali a creare il palinsesto informativo della televisione: una ricorsa che non è mai terminata. È sufficiente accendere la tv di mattina per prenderne atto.
Togliere adesso l’ossigeno alle aziende editoriali significa varare norme liberticide, significa non tenere conto del fatto che già adesso la democrazia è in pericolo, perché una democrazia ha senso solo se la sua informazione non è in affanno. Figuriamoci d’ora in poi. Se spariscono anche le risorse della pubblicità, a cominciare da quella istituzionale, che svolge una funzione di servizio per la gente, addio libertà. Punto.
Peccato, presidente Renzi. Nel suo pacchetto di interventi c’era pure qualcosa di buono. Ma lo stop agli annunci di aste e gare sui quotidiani sa tanto di bavaglio alla stampa. Ritorni sui suoi passi, presidente. Altrimenti dovremmo estendere a lei il micidiale giudizio che il grande Totò (1898-1967) calò su un comico improbabile: «È capacino». Eccolo, Renzi: il nuovo capacino.

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