Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:10

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Il presidente del Consiglio è un tipo sveglio e ambizioso. Si è messo in testa di scuotere un’Italia addormentata, e non intende distrarsi neppure un attimo. Vuole dare più soldi alle fasce deboli della popolazione, e non intende arretrare neppure di un centesimo. Matteo Renzi è così sicuro del fatto suo che, sotto sotto, pensa di possedere i numeri per passare alla storia alla stregua di un Giovanni Giolitti (1842-1928) o di un Alcide De Gasperi (1881-1954), entrambi premier, entrambi artefici di due miracoli economici.

Due mesi di vita (addirittura meno) sono insufficienti per giudicare un governo o per abbozzare un pronostico sui suoi risultati. Ma se la filosofia dei primi interventi resterà tale e quale per il prossimo futuro, Renzi sarà costretto a riporre le proprie sbandierate ambizioni.
 

Qual è la filosofia proposta dal governo in carica? Non diversa da quella di tutti i governi del passato: primum tassare.

Renzi, che è assai abile sul piano della comunicazione, è riuscito in un’operazione mai riuscita ai suoi predecessori: attivare il silenziatore sui prelievi fiscali (ultimo quello sulle banche che, inevitabilmente, si rifaranno sulla clientela) e azionare il megafono sui benefit alle classi meno fortunate (a cominciare dagli 80 euro in più in busta paga). Un capolavoro sul piano mediatico e autopromozionale. Ma sul piano economico generale?

Qui i dubbi si sprecano, come le avventure di Don Giovanni. Uno: non si capisce perché l’economia dovrebbe riprendersi in una giostra senza fine di manovre e manovrine, tutte accomunate dalla logica di chiedere denari a imprese e famiglie. Due: non si capisce perché gli aiuti a chi sta peggio non debbano essere finanziati da uno Stato onnivoro, che non vorrebbe privatizzare neppure un pascolo, ma da chi (i ceti più cospicui) dovrebbe invece essere indotto a investire i propri quattrini per creare imprese e posti di lavoro. Tre: non si capisce in che modo la cosiddetta redistribuzione della ricchezza dovrebbe accendere il motore della ripresa produttiva, visto che la pressione fiscale tende a salire, e l’aumento della produttività (cioè l’accumulazione) rimane una pia aspirazione. Quarto: non si capisce in che modo si dipanarebbe il programma di ripartizione della ricchezza dai ricchi ai poveri, dato che finora l’unica redistribuzione della ricchezza ha generato il travaso di risorse dalla società dei produttori (lavoratori e imprenditori) alla società degli intermediari (politici e burocrati vari). Quinto: non si capisce perché un automatico giro di denaro deciso dal pianificatore nazionale debba generare effetti benefici al sistema economico, visto che non si tocca nemmeno uno dei lacci e lacciuoli che da decenni soffocano la nostra economia.

Possibile che tutti gli 800 miliardi di spesa pubblica annuale siano più indispensabili di uno sciroppo? E le società partecipate che dissipano denaro come se giocassero al Casinò? E gli sprechi di enti e sub-enti? E l’inutilità di mille istituzioni utili solo al bilancio familiare di chi le amministra? Nulla da fare. Fare politica in Italia significa quasi esclusivamente tassare, in nome - ovviamente - della redistribuzione della ricchezza.

Purtroppo, e duole dirlo, nemmeno Renzi sfugge alla tentazione di appesantire il carico fiscale che, per il principio della traslazione di imposta, finisce immancabilmente per penalizzare anche i (presunti) beneficiari. La casa è il salvadanaio non delle famiglie, ma di tutti i governi, compreso quello in carica. Chissà quando terminerà il tiro al bersaglio sugli immobili che oggi valgano la metà di tre anni fa, ma costano, in termini fiscali, il doppio di cinque anni addietro. La persecuzione non finirà mai, perché è insaziabile la voglia di denaro degli apparati pubblici, come testimonia la pasticciata riforma delle Province, che rischia di tradursi in una moltiplicazione di posti e prebende.

Ultima ideuzza in materia l’ipotesi di legare il canone Rai, il balzello più odioso a giudizio degli italiani, alla bolletta elettrica o al nucleo familiare. La novità è stata parzialmente smentita, ma in campo fiscale, le smentite sono notizie date due volte, come ironizzava quel marpione di Giulio Andreotti (1919-2013). La stangata, perché così verrebbe interpretata, del canone Rai servirebbe a coprire gli sgravi Irpef, ossia il bonus mensile di 80 euro per i redditi fino a 25mila euro.

Della serie: non si taglia nulla. Tutt’al più si cerca di trasferire denaro da un ceto sociale a un altro. Operazione che non spinge di un millimetro la ripresa, ma che serve a fare scena o ammuina, come direbbero a Napoli. Operazione che, tra l’altro, può risultare beffarda e paradossale in un Paese, le cui denunce dei redditi, in gran parte, sono più bugiarde di Mata Hari (1876-1917).

Batti e ribatti, la strategia dei governi è più immobile di una piramide egiziana: volere soldi dai cittadini ora in nome dell’Europa, ora in nome delle riforme, ora in nome della redistribuzione sociale. Tutti dovranno fare sacrifìci. Tranne uno: lo Stato. Cioè la classe dirigente che si ciba nella mangiatoia pubblica.

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