Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:25

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Io truffato per strada da un falso amico d'infanzia

di Franco Giuliano
Io truffato per strada da un falso amico d'infanzia
FRANCO GIULIANO
Da oggi diffidate anche di chi vi fermerà per strada con un, «ciao, ma come, non ti ricordi di me?». L'ultimo incontro con questo saluto solo apparentemente amichevole - e del quale chi scrive è stato vittima - nascondeva una truffa perfetta, della migliore scuola napoletana. Teatro della farsa, in questo caso, Bari, all'angolo tra via Abate Gimma e via Quintino Sella.
Il distinto signore con giacca a righe e camicia bianca è fermo con la sua auto sulle strisce, quando decide di partire quasi investendoci. Quel gesto di disattenzione da parte dell'automobilista, che noi presi dallo spavento sottolineiamo, diventarà per lui l'occasione per un incontro tra "vecchi amici": «Ciao, ma come non ti ricordi di me....?». Lo guardo abbassandomi all'altezza del finestrino. No... veramente... «Ma si, sono Antonio Desimone, come stai? Fai sempre lo stesso lavoro....? Ti trovo in forma, stai benissimo, solo un po' di capelli bianchi... ».
Grazie, sì sto bene, gli rispondo. Anzi sto benissimo visto che per un pelo non mi hai investito... «Sono passati 32 anni. Ti ricordi?».
Beh, veramente no, ripeto io, con delicatezza, per non mortificare il suo entusiamo. «Ma lavori sempre li...?», insiste lo sconosciuto che insiste nello spacciarsi per mio vecchio amico.
Sì, sì, certo, sempre al giornale. «E non ti ricordi di me, lavoravo anche io al giornale, ero in amministrazione, sono stato lì tre mesi nel 1982, poi ho avuto la fortuna di conoscere mia moglie e siamo andati a vivere a Lugano. Ora siamo felici, ho un azienda che produce pelli per aziende italiane. Mi ricordo di te. Aspetta, non ricordo però come ti chiami».
Franco... Franco Giuliano. «Ma sì certo.. Franco. Ho un bel ricordo di te. Davvero».
Il «mio amico» ritrovato resta seduto sempre in auto, bella faccia, mi guarda fisso, io cerco di ricordare quel volto. E intanto noto com'è vestito: giacca a righe, camicia bianca perfetta, indossa i jeans. Per essere un industriale il suo look è credibile.
«Vivo a Lugano, ho una villa, vieni a trovarmi, sto partendo dopo essere stato alla fiera della pelle in un grande e famoso negozio (cita anche il nome). Sono qui perché cercavo un vecchio amico, volevo lasciargli il campionario. Va bene, mi ha fatto piacere vederti».
Ciao, auguri, però non mi ricordo di te. E poi ho pensato che nell'82 ero ancora studente. Ma non mi è sembrato giusto deluderlo. Poteva avermi visto qualche volta quando da ragazzo andavo al giornale per portare qualche articolo.
L'incontro sembrava stesse per finire. «Anzi - dice - posso chiederti un favore?". Certo, dimmi. «Ecco vedi, ero qui per fare visita a quel mio vecchio amico (mi dice il nome...) per lasciargli questi capi di abbigliamento...", che ha in un sacco sul sedile posteriore dell'auto. "Guarda - continua - mi fa così tanto piacere averti rivisto che... aspetta». Scende, apre la sacca e dice: «Guarda, questo campionario lo voglio regalare a te». Sono tre giacche di pelle, il colore non mi convince, la taglia neppure. «Ecco prendili». Su tre me ne regala due, li mette nel sacco e me lo mette tra le mani. Poi con un altro sussulto di generosità e di emozione, aggiunge: «Ma non voglio darti anche l'ultimo che mi resta, devo partire».
Ma no grazie, veramente mi emoziona tanta generosità, gli dico.
«No no, prendili, sento che ti fa piacere sapere che ho avuto fortuna. Ti ho regalato quasi 5 mila euro». Appunto!, gli rispondo, ma perché? Non posso. «Senti, siccome devo partire, per non avere problemi con la dogana, dammi 1000 euro per l'Iva». Da quel momento tutto diventa più veloce: gli sguardi, i gesti.
Mille euro? Non li ho, né mi interessa avere questi capi. «Vabbe, dammi quanto vuoi tu. Vediamo, quanto hai in tasca?». Non so. Ma non voglio darti nulla. «Ma no, dammi quanto vuoi».
La scena diventa surreale. Metto le mani in tasca quasi per difendermi dalla violenza dello sguardo e dalla insistenza di quell'uomo. Metto fuori il portamonete. E lui subito lo afferra. Cerco di difendere il mio piccolo patrimonio, lui sfila duecento euro e se li mette nella tasca della giacca. Io insisto ormai con la forza di chi sta per subire una violenza. Assolutamente, non posso.
Alla fine me ne restituisce solo una parte. Centocinquanta euro se li mette nella tasca e nell'altra mano mi fa vedere quanti soldi ha lui. «Vedi? Io non ho bisogno di soldi».
La truffa è consumata. Entra in auto, e in un attimo sparisce. Neppure il tempo di rendermi conto, con quella sacca nella mani. Cerco di fotografare la targa dell'auto, ma del mio "amico" Antonio Desimone già non c'è più traccia.
Forse era stato tutto un sogno? In una mano avevo però quel sacco con la merce che mi aveva "regalato". Nell'altra il resto dei soldi che ero riuscito a salvare. Me ne mancavano però 150 di euro.
A distanza di ore non so ancora spiegarmi come sia avvenuto tutto ciò. Di certo quel mio falso amico è un professionista della truffa, un attore perfetto. Sono sicuro che avrebbe avuto più fortuna se avesse recitato in teatro. Chissà se lo rivedrò. Certo mi piacerebbe incontrarlo un'altra volta. Ho imparato che mai più darò retta a chi mi ferma per strada per chiedermi: «Ciao, ti ricordi di me?».

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