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Il vento della secessione che spira dal Veneto non è solo il vento del separatismo e dell’egoismo sociale che anima il ricco Nord-Est contro il resto dell’Italia, e in particolare contro il nostro povero Sud. Fin qui, si potrebbe anche interpretare come una rivendicazione più o meno legittima di autonomia e indipendenza, in difesa degli interessi locali. E magari come una reazione ai tanti vizi, presunti o reali, attribuiti ai meridionali: l’assenteismo, l’assistenzialismo, il clientelismo, la corruzione, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata e chi più ne ha più ne metta. Ma in realtà questa corrente secessionista rappresenta qualchecosa di più e di peggio.

È il risultato di una rozza predicazione leghista che ha già arrecato molti danni al Paese e soprattutto al Mezzogiorno. Un effetto e una conseguenza di quella propaganda politica che, nel segno di un malinteso federalismo, ha prodotto nel 2001 la modifica del Titolo V della Costituzione, di cui oggi s’invoca a gran voce la riforma: un federalismo malinteso perché, da Carlo Cattaneo in poi, il vero federalismo serve a unire e non a dividere. Quella, come si ricorderà, fu una precisa responsabilità del centrosinistra. Un misfatto compiuto nel tentativo maldestro e illusorio di inseguire la Lega sul piano elettorale.

E perciò, ora tocca proprio al centrosinistra riparare i danni, promuovendo finalmente la riforma annunciata dal governo Renzi. Attraverso l’improvvida modifica di quattro articoli della Costituzione (114, 117, 118 e 119), vennero diversamente ripartire le competenze fra Stato e Regioni, assegnando a queste ultime poteri esclusivi in settori nevralgici come la sanità, l’ambiente e i trasporti. Con l’articolo 119, in particolare, si attribuì agli enti locali autonomia finanziaria di entrata e di spesa. È così che il federalismo fiscale è diventato uno strumento che minaccia ormai di scardinare l’assetto e i conti dello Stato.

Nell’ultimo decennio, secondo le stime della CGIA di Mestre, le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi di euro in più, di cui oltre la metà sono stati assorbiti dalla sanità (49,1). A fronte di un aumento dell’inflazione pari al 23,9%, la spesa pubblica è cresciuta addirittura del 74,6. E nel 2010, ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione, le uscite regionali hanno superato complessivamente i 208 miliardi. In questa abnorme dilatazione, rientrano anche le spese incontrollate che hanno suscitato e continuano a suscitare scandali: dalle “mutande verdi” del Piemonte ai viaggi all’estero, dai fuoristrada “di servizio” ai pranzi o alle cene di lavoro del Lazio e della Calabria.

Di quale federalismo, dunque, stiamo parlando? E di quale secessione? Qui occorre, semmai, accentrare di nuovo competenze e funzioni sia per organizzare meglio la politica nazionale, dal governo del territorio alla sanità, dall’energia e ai trasporti; sia per ridurre drasticamente le spese. È proprio questo l’obiettivo strategico a cui punta la riforma del Titolo V, proposta da Renzi. Sono le regioni meridionali, piuttosto, che hanno pagato finora il prezzo più alto di questa degenerazione federalista e che dovrebbero invocare una secessione riparatrice. Negli ultimi dieci anni, infatti, il divario Nord-Sud s’è ulteriormente aggravato, com’è stato documentato nei giorni scorsi in un seminario della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. E questo è accaduto in particolare a danno del welfare e delle prestazioni sanitarie, penalizzando ancora una volta la popolazione meridionale.

Da qui, senza rinnegare il modello federalista, deriva la richiesta - da una parte - di garantire “livelli essenziali delle prestazioni” (Lep) uguali su tutto il territorio nazionale e - dall’altra - di riconoscere priorità al Mezzogiorno nell’utilizzo del Fondo per le politiche perequative: soprattutto in materia di istruzione, assistenza sociale, sanità, ma anche nella difesa dell’ambiente, come nella gestione dei rifiuti e delle acque. Se le Regioni più ricche possono permettersi tassazioni maggiori per assicurare un livello superiore di servizi, buon per loro.
Ma questo non deve andare a discapito dei cittadini meridionali, sottoposti tuttora a un regime fiscale più alto a fronte di un livello di servizi erogati nettamente inferiore. In forza dell’unità nazionale sancita dalla Costituzione, lo Stato non può accettare né referendum secessionisti né questo separatismo strisciante che di fatto continua ad allargare il “gap” fra il Sud e il Centro-Nord. Anche se il nuovo presidente del Consiglio non ha neppure menzionato il Mezzogiorno nel suo discorso di presentazione alle Camere, e anzi ha abolito il ministero della Coesione territoriale che aveva prodotto risultati rilevanti sotto la gestione di Fabrizio Barca, ora la riforma del Titolo V è l’occasione propizia per rafforzare i poteri di riequilibrio dello Stato nelle aree più arretrate, in nome di un federalismo più equo e solidale. Oggi resta più attuale che mai l’assunto che il Paese o riparte dal Sud o non riparte.

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