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di VITTORIO B. STAMERRA

Con la scheda il 25 maggio si sceglierà chi s’intende inviare al nuovo Parlamento europeo, il pensiero però sarà rivolto non a Bruxelles o a Strasburgo ma a Roma, alle ricadute nazionali del voto. Ci pensa intensamente Matteo Renzi, alle prese con la prima importante verifica sul gradimento degli italiani verso le sue promesse di cambiamento; ci pensa Beppe Grillo che, anche attraverso i suoi rappresentanti in Europa, conferma l’obbiettivo di voler scardinare il sistema italiano; ci pensa, preoccupatissimo, anche Silvio Berlusconi di fronte al rischio delle drammatiche conseguenze che potrebbero ricadere sul suo partito nella prima campagna elettorale dove il leader-padrone figura in forzosa assenza.

Tutti parlano di Europa, ma di fatto nei retropensieri e nelle strategie dei leader dei partiti si pensa già al dopo, a come far pesare sulla situazione politica nazionale i risultati delle europee. Dopo la clamorosa sorpresa dei risultati delle elezioni politiche dell’anno scorso, la credibilità dei sondaggi è in qualche modo calata, ma la loro divulgazione suscita sempre molto interesse nei partiti e appassiona gli elettori più sensibili alle cronache della politica. Gli ultimi sondaggi, sia pure da prendere con le dovute pinze, danno un Pd largamente in testa con oltre il 30% delle previsioni di voto, un M5S a poco più del 20%, ma secondo nella graduatoria, e Forza Italia più o meno alla stessa percentuale, ma con qualche decimale in meno tanto da figurare al terzo posto.

Questi tre partiti, dicono i sondaggisti, si dividerebbero oltre i tre quarti dei voti validi espressi, il restante quarto va diviso tra tutti gli altri, e per qualche partito o movimento risulta anche importante per segnarne il futuro. Anche se la battaglia è a tre, si tende a ritenere, forse prevedendo che Forza Italia senza Berlusconi in campo sia di fatto fuori dalla partita, che i veri contendenti saranno due: Matteo Renzi e Beppe Grillo. Fosse vera questa previsione, ma non si sottovaluti la capacità dimostrata in questi venti anni da Silvio Berlusconi di sorprendere, sarebbe uno scontro tra titani del populismo e della comunicazione. Si troverebbero di fronte - e le scintille già sprizzano da tutte le parti - due campioni dell’antipolitica. Matteo Renzi capace com’è, lui uomo di totale apparato della politica, di interpretare i sentimenti, la rabbia e le emozioni degli italiani che vogliono il rinnovamento, e lo vogliono subito, magari anche correndo, per la fretta, qualche inciampo costituzionale. È chiaro che il favore di cui oggi Renzi gode nei sondaggi è in buona parte consenso di pancia, emozionale, e che il giudizio vero verrà quando dalle enunciazioni e dagli annunci si passerà alle cose concrete, ma è fuor di dubbio che nell’immediato le prospettive sono in suo favore. Non a caso il più preoccupato sembra essere proprio quel Silvio Berlusconi, che per vent’anni ha campato grazie ai frutti della sua efficace comunicazione.

In quanto a rappresentazione pubblica dell’antisistema, Beppe Grillo è quasi simile a Renzi. Certo, usa un linguaggio diverso, più urlato, a tratti anche sguaiato, ma altrettanto capace di suscitare sentimenti forti, di penetrare dentro le viscere della gente, quella che ancora ha la forza di arrabbiarsi e quella che, soprattutto nella ex sinistra operaia e proletaria, ormai è orfana di riferimenti ideali. Grillo non fa mistero delle sue intenzioni: il consenso gli serve per abbattere il sistema. Non ci sono vie di mezzo, mediazioni compromessi possibili, e se ci fossero stati lo avrebbe dimostrato magari partecipando al governo con Bersani. Ed a Bruxelles, dicono esplicitamente dalle parti di Grillo, non si va per cambiare l’Europa e beccarsi 12 mila euro netti al mese, ma per cambiare l’Italia. Due antagonismi muscolari, rivolti in due direzioni che sembrano eguali, ma che sono invece profondamente diverse. Renzi è sì per un cambiamento radicale ma ben saldo dentro le istituzioni che pure, soprattutto nel sistema dei contrappesi di garanzia, intende modificare rendendolo più rapido nel potere decisionale. Anche Grillo predica lo stesso obiettivo, pur senza esplicitare nei dettagli con quale sistema intende sostituire quello che si vuole abbattere. Chi si illude che chiusa la questione del voto di maggio, sistemati a Bruxelles qualche decina di deputati, la partita poi si chiuda e ci si metta a lavorare seriamente per far uscire l’Italia dal pantano, sbaglia di grosso. La tentazione di far legittimare da un voto politico nazionale anticipato quello che è venuto fuori con la scusa di votare per il futuro dell’Europa sarà grande e avrà più di un solo padre.

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