Martedì 19 Marzo 2019 | 16:28

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Il ping pong tra programmi economici e riforme
di VITTORIO B. STAMERRA

Matteo Renzi marcia dritto. Va avanti spedito senza curarsi dei dubbi, delle critiche, degli ostacoli che ogni giorno gli si presentano di fronte. E fa bene, è nel suo interesse. Perché questa è l’unica strada che ha scelto, sulla quale si è pesantemente esposto, ora anche a livello internazionale. E’ consapevole il segretario del Pd che non può aspettarsi sostegno e solidarietà, anche da quei settori del suo stesso partito, così violentemente messi da parte sia per le conclusioni del congresso, sia per come ha poi sloggiato da Palazzo Chigi Enrico Letta. Velocità e determinazione, sono i suoi verbi preferiti. Sa che, su questo terreno, i partiti, a cominciare proprio dal suo, non sono capaci di stargli dietro, anchilosati come sono dalle logiche della sopravvivenza e della burocrazia.

La velocità e determinazione in politica, come in economia, sono quello che vogliono gli italiani, nella loro stragrande maggioranza, a prescindere da come voti o come la pensi politicamente. Ed uno che di comunicazione sinora ha campato, vedi appunto il Matteo Renzi, acchiappa al volo la possibilità di sganciarsi dai lacci e dai laccioli della tanto odiata politica “politicata”, che spesso però significa rigorosa vigilanza per il rispetto delle regole e delle leggi, appropriandosi dell’etichetta dell’u n i c o, autentico interprete delle istanze di rinnovamento che il paese da anni rivendica. Così il capo del partito più numeroso ed organizzato d’Italia, diventa nei sentimenti di popolo anche il campione dell’antipolitica. Che questo poi coincida anche con l’avvio di un nuovo ciclo di populismo, è previsione largamente scontata.

E’ vero che questa è l’epoca dei partiti personali, ma dopo i venti anni di inconcludente “berlusconismo” della rivoluzione liberale, dopo l’incursione del populismo della rete di Beppe Grillo, ci toccheranno anche gli anni del “renzismo” del fare veloce? E se il paese, nonostante tutto, ha retto ai ve n t ’anni del Cavaliere, ha in certo qual modo sinora arginato le incursioni dei barbari di Grillo, resisterà senza implodere agli scuotimenti dei giovanotti tuttofare di Matteo Renzi?
C’è nell’aria qualcosa che non quadra. Si sente puzza di bluff. Non è possibile che tutto possa essere spiegato pensando soltanto ad una pur raffinata strategia mediatica. Che le riforme sia necessario ed urgente farle è sacrosanto. Che debbano essere giuste e largamente condivise, è altrettanto doveroso. Ciò che non convince è il tentativo però di far passare le riforme istituzionali come la medicina più urgente e fondamentale per tirare fuori il paese dal pantano. Che cosa si nasconde dietro il tentativo di far intendere agli italiani che decidendo oggi come si voterà nel 2018 – perché di voto anticipato nessuno parla più - si esca domattina dal pantano della crisi economica, i nostri giovani trovino finalmente un lavoro, oppure ottenere un prestito in banca, o sia più facile riparare le strade rotte o evitare che i nostri monumenti, privi di manutenzione, crollino? E se si decide, secondo lo stile delle scadenze del crono programma di Renzi, che entro maggio il Senato si deve auto sciogliere, toccherà un ritocco anche alle pensioni, dopo gli 85 euro ai lavoratori dipendenti a maggio? Tutti sappiamo che non è così che vanno le cose, che un conto sono gli atti di governo, un altro le riforme istituzionali che rendano finalmente più moderno questo paese. Ma entrambi hanno bisogno di atti concreti e non di annunci televisivi.

Eppure suoi giornali, nei dibattiti televisivi da settimane l’argomento che più tiene banco è quello delle riforme, come se tutto il resto fosse sparito dall’a g enda della politica. Mancano dati ufficiali al riguardo, ma non sembra che negli ultimi tempi però la gente stia gradendo le apparizioni televisive del Presidente del Consiglio (di quelle della sua squadra, meglio non parlarne) con lo stesso interesse di una volta. Il sentimento che prevale è certo ancora di consenso per chi mostra in concreto di voler fare e subito, ma è cresciuto esponenzialmente anche il sentimento di chi attende i risultati prima di esprimersi. E siccome di miglioramenti in economia non se ne possono vedere in tempi immediati, per tenere alto il consenso si sposta l’attenzione verso le riforme. Almeno l’immagine dell’uomo del fare, frenato dai soliti cattivi partiti, dalla Casta che resiste imperterrita, per il momento è salva. Basterà?

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