Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:09

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Europa in crisi l’anti-europeismo può peggiorare la malattia

di Giuseppe De Tomaso
Europa in crisi l’anti-europeismo può peggiorare la malattia

di GIUSEPPE DE TOMASO
Un fantasma si aggira da tempo in Europa: l’anti-europeismo. Le prossime elezioni per Strasburgo, fissate a fine maggio, si annunciano come un referendum tra europeisti e anti-europeisti. Se il test amministrativo di domenica scorsa, in Francia, è sfociato, in sostanza, nella contrapposizione tra il movimento anti-europeo (destra-destra) di Marine Le Pen e i partiti filo-europei di centrosinistra e centrodestra, il rinnovo dell’europarlamento si annuncia in Italia come una partitissima tra Matteo Renzi e Beppe Grillo. I due antagonisti s’avviano a subentrare a Silvio Berlusconi e alle diverse leadership del centrosinistra nel duello che per un ventennio ha avuto come posta in palio le chiavi di Palazzo Chigi.
 

Amaggio, dunque, si sfideranno l’europeista Renzi e l’anti-europeista Grillo (lontano anni luce dai Le Pen), con Berlusconi terzo incomodo, oltre che autoconfinatosi in una postazione ambigua e singolare: alleato diretto di Renzi per le riforme istituzionali, alleato indiretto di Grillo nel processo al Vecchio Continente. Sparare sull’Europa farebbe guadagnare voti. Difendere l’Europa farebbe perdere consensi e popolarità.

Ora. Che l’Europa dei popoli abbia dato vita all’Europa delle burocrazie e delle normative ossessive è sotto gli occhi di tutti. A furia di legiferare su ogni singolo aspetto della vita umana, l’Europa si è incamminata sulla strada che porta alla riedizione dell’Unione Sovietica, paradossalmente proprio nelle aree che più avevano contestato l’Impero Rosso burocratico guidato da Mosca.

Ma un conto è criticare le perversioni, le degenerazioni e gli sprechi della costruzione europa, un conto è processare l’Europa fino al punto da invocare il ritorno alle patrie e ai nazionalismi. Così facendo, si gioca col fuoco. L’Europa comunitaria è nata con una missione: trasformare il suo territorio in un luogo di pace, non di guerre continue. I fondatori dell’Europa comunitaria, a cominciare da Alcide De Gasperi (1881-1954) avrebbero voluto che il processo di unificazione fosse avviato innanzitutto sul piano militare, il che avrebbe comportato una più veloce integrazione sul terreno politico, ma i rigurgiti sciovinistici lo impedirono. Di conseguenza si optò per il mercato comune che, a sua volta, avrebbe creato le premesse per l’unificazione politica.

Purtroppo, il percorso unitario è proseguito a zig-zag, anche all’indomani del battesimo della moneta comune. Anzi, l’introduzione dell’Euro, nonostante i peana e gli osanna iniziali, ha contribuito, involontariamente si capisce, all’irrigidimento dei singoli governi di fronte alla prospettiva di cedere fette di sovranità all’organismo europeo. Non solo. Non tutti gli Stati condividevano la premessa dell’Euro, condensata nel trattato di Maastricht: rigorosi vincoli di bilancio per fermare la monetizzazione del debito, ardita soluzione adottata in passato dai governi proclivi a gestioni finanziarie più allegre. Monetizzare il debito significava e significa stampare a perdifiato nuova moneta. In altri termini: dare l’autorizzazione all’inflazione endemica, la tassa più ingiusta e beffarda che si conosca perché ti permette di avere le tasche piene, ma nello stesso tempo di costringe a restare al verde.

In particolare era e resta la Germania la principale nemica di quelle libertà di manovra che sfociano nel festival dell’inflazione come metodo. La Germania respinge ogni grammo di inflazione, fosse pure in ultra-modica quantità. Altre nazioni, invece, ritengono che un pizzico di inflazione sia utile come un lubrificante: può sporcare il motore, ma di sicuro lo mette nelle condizioni di muoversi. I tedeschi ragionano così, senza sconti, perché non hanno mai dimenticato la tragedia della Repubblica di Weimar che, stremata dall’iper-inflazione, aprì la strada della macelleria nazista.

Finora, il bipolarismo europeo ha fatto ping-pong tra questi due poli: gli anti-inflazionisti duri e puri, quelli dei Trattati, e i filo-inflazionisti in giusta dose, spaventati dalle conseguenze occupazionali di una politica economica troppo restrittiva. Da qualche anno, però, a destra e a sinistra, sono tornate a fiorire culture ostili all’Euro e alla stessa Europa. Queste culture trascurano una verità grande come un grattacielo: le monete non sono fazzolettini di carta, che si usano e si gettano senza particolari problemi. Le monete esprimono sentimenti e psicologie, oltre che informazioni sullo stato di benessere o malessere di un Paese.

Ci vuole tempo perché una moneta metallica si trasformi in moneta fiduciaria. La fase iniziale del nuovo conio di solito coincide con un rialzo dei prezzi, perché nessuno ha fiducia della nuova creatura metallica. Il peccato originale dell’Euro, che poi ha prodotto un dimezzamento reale del potere d’acquisto dei consumatori, è tutto qui, nell’aver affrettato i tempi, senza preparare fiduciariamente le famiglie alla conoscenza della nuova moneta metallica. Si sarebbe potuto, ad esempio, allungare il periodo di doppia circolazione tra Lira ed Euro, per abituare i consumatori all’utilizzo della novità. Si poteva fare altro ancora.

Ma cosa accadrebbe adesso se si facesse il cammino a ritroso? Probabilmente si ripeterebbe l’effetto carovita esploso con l’avvento dell’Euro, il che annullerebbe i presunti benefìci delle svalutazioni competitive sperimentate nei decenni scorsi, e rimpiante negli ultimi anni. Gira e rigira la questione è bifronte: se l’Euro non è ancora diventata moneta fiduciaria l’Europa è diventata un labirinto di norme e codicilli. Bisogna quindi agire su questi due versanti. Invece, i movimenti anti-europei ci marciano. In tutti i sensi. Ma la loro terapia finirebbe per aggravare il male.

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