Martedì 26 Marzo 2019 | 03:11

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Silvio Berlusconi è stato paragonato a tutti e a tutto. Meno che a un personaggio chiave della mitologia greca: Crono. Costui era il più giovane dei Titani, figlio di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra). Secondo la Teogo nia di Esiodo (ottavo o settimo secolo avanti Cristo), Crono mutilò il padre che, temendo di perdere il dominio nel mondo, teneva prigionieri i propri figli. Ma successivamente lo stesso Crono, sposo di Rea, temendo che i figli lo disarcionassero dal potere, cominciò a divorarli appena nati, finché la moglie riuscì a salvare il sesto, Zeus, mettendo nelle fasce una pietra al posto del figlioletto. Pur essendo un leader padronal-carismatico, Berlusconi, come Crono, deve aver dubitato parecchio della propria invulnerabilità all’inter no del centrodestra. Non si contano, infatti, i figli «politici» da lui divorati nel corso di un ventennio: da Pierferdinando Casini a Gianfranco Fini, da Giuliano Urbani a Giulio Tremonti, da Roberto Formigoni a Angelino Alfano. Oddio, molti di questi nomi risultano aver tolto volontariamente il disturbo. Ma, a ben vedere, sono stati incoraggiati a farlo direttamente o indirettamente dal mega-capo che, essendo un provetto conoscitore del potere, sa che la tecnica migliore per disfarsi di un rivale ingombrante o di un pretendente fastidioso rimane l’autocombustio - ne. Di autocombustione in autocombustione non solo il Cavaliere ha impedito che un subalterno potesse ambire al trono più alto (il suo), ma ha altresì impedito che un ufficiale del suo stato maggiore potesse sognare i gradi di numero due, cioè di vicecomandante in campo. Infatti, non appena si profilava la stesura di una linea successoria al comando di Forza Italia, il Principale provvedeva immediatamente a smontarla con una battuta al curaro o con una smorfia a doppio senso.

Giulio Tremonti, per dire, stentò a crederci quando Re Silvio gli comunicò la promozione a vicepresidente del partito. In effetti la promozione a numero due arrivò, ma non se ne accorse nessuno, perché l’idealtipo di Berlusconi era e rimane se medesimo, un signore smanioso di fare il numero uno, il numero due e il numero undici della propria squadra, un jolly che - secondo la celebre definizione di Enzo Biagi (1920-2007) - se avesse avuto le tette avrebbe fatto anche l’annunciatrice sulle sue tv. Per Berlusconi scegliere il proprio delfino equivaleva ed equivale ad affrettare la dipartita dal cerchio magico della vita, soluzione sconsigliata, nei secoli, dai cantori della Roba: «Se fai testamento, sei morto in quel momento». Ma la politica è una Roba speciale, a differenza della proprietà materiale. La politica è immateriale e impercettibile. E quando evoca l’idea del partito- caserma, lo fa perché solo una struttura gerarchica può fermare sul nascere lo status hobbesiano del tutti contro tutti. In breve: un partito senza una filiera gerarchica è come una piscina senz’acqua, o un guscio vuoto in cui il primo che capita depone le sue uova. Non va. Ma a furia di divorare (politicamente parlando) i figli istituzionali, Berlusconi rischia di divorare (sempre politicamente parlando) anche i figli naturali, entrati loro malgrado sulla giostra della successione che col passare dei giorni somiglia sempre di più a un frullatore senza interruttore.

Ora spunta il nome di Marina, ora quello di Pier Silvio, ora quello di Barbara. Domani chissà, anche se il Capostipite ha escluso candidature dinastiche per le elezioni europee di maggio. La verità è che Berlusconi non ha mai accettato la prospettiva che Forza Italia diventasse un partito normale. Ha fatto bene, potrà obiettare qualcuno, perché i partiti normali sono più ingovernabili di un condominio. Sì, ma anche i partiti personali hanno bisogno di gradi gerarchici e regolamenti interni. Il francese Charles De Gaulle (1890-1970), la personificazione compulsiva del carisma, costruì una formazione politica a propria immagine e somiglianza, ma nello stesso tempo egli avviò la piramide del delfinato, alla cui cima collocò il fido Georges Pompidou (1911-1974), che automaticamente erediterà i due scettri del Generale, nel partito gollista e alla presidenza della Repubblica. Zio Silvio non ha voluto adottare il metodo di De Gaulle, che pure aveva eletto a suo modello di riferimento accanto all’americano Ronald Reagan (1911-2004). E oggi ne paga le conseguenze. Cosicché ora Forza Italia si ritrova nella difficile situazione di chi non può vivere senza Berlusconi, ma neppure può vivere con Berlusconi (tra l’altro menomato dalle sentenze giudiziarie). Matteo Renzi ne approfitta per le sue scorrerie a tutto campo, smanioso com’è di allargare il proprio consenso anche nella prateria della minoranza.

Forza Italia si logora tra chi vorrebbe tornare al governo e chi vorrebbe un’opposizione dura e pura, tra chi vorrebbe il brand Berlusconi sullo stendardo elettorale e chi vorrebbe affidarsi ai brand dei singoli candidati, tra chi ascolta la Pascale e chi segue Fitto. Dimentica il Cavaliere che se è vero che lui rimane una straordinaria calamita di voti, è altrettanto vero che in Italia lo schieramento moderato vanta una tradizione maggioritaria a prescindere dalle leadership più o meno fascinose del momento. Eppoi. Berlusconi rimane un personaggio referendario, dirompente e ambivalente: attrae e respinge. Insomma non è detto che sia ancora lui il valore aggiunto. Tutto ciò perché il dio di Arcore più che ai classici della politologia si è ispirato ai classici della mitologia, di cui Crono rappresenta forse la figura più controversa.

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