Martedì 26 Marzo 2019 | 23:08

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Troppe battaglie all’ombra della legge elettorale e dello scontro sulle quote rosa. Non a caso, il voto finale è slittato a questa mattina. Ieri è andata in scena l’ennesima commedia delle parti tra i partiti e nei partiti. A cominciare dai Democratici, lacerati dalla bocciatura sugli emendamenti sulla parità di genere, con le deputate «all’opposizione» e con il malessere della sinistra interna che ha interpretato la bocciatura sull’altare dell’intesa tra Renzi e Berlusconi.

In una situazione tumultuosa, le sorprese sono dietro l’angolo: così ieri è accaduto che un altro emendamento sulla doppia preferenza è stato bocciato per soli 20 voti, quella più bassa registrata. Stessa sorte per un altro emendamento che introduceva le preferenze bocciato per soli 35 voti. Cosa significa tutto questo? Che i deputati del Pd utilizzano i vari emendamenti per inviare messaggi al premier. Che in mattinata aveva spronato il gruppo parlamentare a tenere fede all’accordo sulla legge elettorale sottoscritto con Berlusconi. Ma che nel Pd l’aria sia tutt’altro che tranquilla lo testimonia il battibecco che, secondo i presenti, c’è stato tra Renzi e Rosy Bindi, sulla costituzionale della legge. Per non parlare di Bersani che ha pizzicato la «movida» renziana.

Ma sulla sostanza, cioè le soglie di sbarramento e il premio di maggioranza, il Pd e l’intesa con i forzaitalioti ha tenuto. Se così non fosse stato, sarebbe partito un messaggio di sfratto al premier.

Il quale va avanti, quindi, tra strappi, accelerazioni, qualche colpo basso, subito e dato. Ma non sembra arretrare. Oggi è il grande giorno, una sorta di «mercoledì da leoni», in cui il consiglio dei ministri dovrà decidere a chi distribuire 10 miliardi. La polemica di ieri tra Renzi e Squinzi appare la conferma che il governo intenda distribuire quei fondi alle famiglie, e non alle imprese con l’eventuale taglio dell’Irap. Poi, si annunciano provvedimenti sul lavoro, sulla scuola, sul piano casa. Non poco, anzi decisamente troppo rispetto alle abitudine italiche. Per questo, nel mondo del sindacato serpeggia almeno una pacata diffidenza.

I sindacati. È un altro fronte aperto da Renzi. Lui e la Camusso non si «prendono». Anzi. E non solo perché nelle primarie perse contro Bersani, la Cgil si schierò contro Renzi. Ma per un dato strutturale.

Al di là della natura dei provvedimenti, Renzi intende imprimere velocità alla sua azione. E ripete che ascolta tutti, ma che poi decide da solo. Una dichiarazione di guerra per un mondo, quello delle parte sociali, abituato da sempre alla concertazione, ai compromessi. Non a caso la Cgil lancia già la minaccia di uno sciopero. Non sarebbe scandaloso in assoluto, è già successo in passato. Ma in questa fase assumerebbe un significato diverso.

E Renzi farebbe bene a rivedere un po’ la storia recente del Paese. E ricordare coloro che prima di lui hanno tentato di spuntare le unghie ai sindacati, soprattutto al «corpaccione rosso» della Cgil, e si sono fatti male.

Ma Renzi, sulla scia di quanto accaduto negli ultimi anni in Gran Bretagna, Francia e Spagna, non sembra avere timore di affrontare qualsiasi tipo di totem.

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