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BARI - Salve, donne, sarei un uomo. Come va? Male, suppongo. Male comunque. Dal ’75, per riconoscimento Onu, vi festeggiamo durante uno dei 365 giorni. E questo già prova che ciò che dovrebbe essere una consuetudine è relegato all’istante dell’anno che vede succedersi numerosi soli.

La violenza maschile, fissata negli schemi sociobiologici, è rimasta, tra i 16 e i 44 anni, la prima causa di morte, più del cancro e degli schianti in automobile. I pugni e gli abusi fioccano ancora tra le quattro mura soprattutto: il marito nel 48 per cento dei casi, nel 23 per cento l’ex che avete mandato via a calci a piena ragione. Talvolta il persecutore è ubriaco, solitamente sobrio. Non è giovane, anziano neppure, ha fra i 35 e i 54 anni, suppergiù.

Può essere zotico, oppure possedere un’istruzione superiore (46 per cento). È una bestia, ovvio, un animale da bruciare nudo. È l’uomo che fingi di amare secondo scambievoli compensazioni.

Ma anche se tu non rientri fra le donne campione, anche se non hai fra i 30 e i 50 anni e se la laurea (22 per cento dei casi) o la licenza media superiore (53) devi conseguirle ancora, anche se vai a scuola e vivi nei social network e guardi film horror, volevo offrirti la possibilità di sopravvivere a un uomo.

È un rimedio squisitamente italiano. Una tradizione eminentemente italiota, come la farragine burocratica e la sanità pubblica. Si chiama: LEGGE. E surclassa le stesse realtà deformi che hanno condannato pregiudizialmente il paese nel quale, bene o male, respiriamo ancora.

È un prontuario d’azione che rispetta le norme in caso di minacce e aggressioni. E ha pertanto molto di tragico e qualcosa di tragicomico.

Se hai un compagno che un bel giorno ti fissa con occhi di fuoco, tu aspetta che imbracci il fucile. Se non è da caccia, potrai schivare tranquillamente – twiiìn!, come nei capolavori di Sergio Leone - il primo colpo. Meglio ancora se pure il secondo. E allora sì, vestita di tutto punto, potrai presentarti alle forze dell’ordine, e il giudice – finché non capita a sua figlia o a sua nipote -, chiamerà il bellicoso a rapporto per dirgli: «Ehi, bello, non avvicinarti a meno di 35,16 metri a quella poverina. Altrimenti mi costringerai a rinchiuderti in casa per qualche giorno o in prigione per svariate ore».

Se poi hai reagito scagliandogli sul volto un mattone, aspetta di essere morta. A questo punto avrai prove inoppugnabili da opporre, non le tue solite ipotesi da terrorizzata fobica.

Quando il bruto dimostra un’inclinazione per le mani nude, aspetta che ti incrini la struttura maxillofacciale o, perlomeno, le costole, perché le semplici tumefazioni scivolano facilmente nella giudiziaria delle opinioni. Soltanto allora, magari in carrozzella, avrai diritto per Legge al dovuto. E lo avrai. Perché una voce ferma gelerà il tomo: «Se lo fai un’altra volta, e poi un’altra e un’altra ancora, non so quanto potranno difenderti i tuoi avvocatucci». E lo pianteranno nella stanza attigua alla tua con l’ingiunzione di «non utilizzare il bagno della signora per alcuna ragione».

Non lamentarti troppo se l’uomo, il tuo, o un altro a te sconosciuto, ti pianta – dopo le classiche cinque inascoltate denunce - qualche coltellata in corpo. Corri dallo Stato, tuo protettore, e, tamponando la ferita indica (piangendo, per favore): «Vedete cosa mi ha fatto?». Vediamo; c’è stata una discussione? «Sì». Una colluttazione? «Sì». E dopo il sesto episodio, 15 giorni di domiciliari al bastardo non glieli toglie nessuno. O un utilissimo periodo di rieducazione con gli psichiatri, o - peggio ancora sotto il profilo diagnostico - con gli psicologi che sul referto avevano scritto: «Il soggetto pur nelle fasi di scompenso… Non si configura tuttavia una condizione di pericolo concreto per la querelante… Essendo la sua rappresentazione aggressiva…». Come accade un giorno sì e uno no nei casi di cronaca.

Ah; avevo dimenticato il poscritto di cui tenere conto. La Legge, fondata non sulla giustizia ma sulle sue costruzioni, ti vieta di reagire in prima o per interposta persona, anche se rischi con certezza la morte. Perché purtroppo in aula non troverai mai un giudice che porta il mio nome e cognome che pronuncerà al microfono queste conclusioni: «So che il suo persecutore è rimasto storpio. Signora, mi dispiace molto che non sia morto».

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