Martedì 26 Marzo 2019 | 10:57

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Il processo chiesto dalla Procura di Taranto per stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, di chi sono state, sempre che ce ne siano state, le responsabilità se gli impianti dell’Ilva sono stati per anni fonte di malattie e morte, segnerà una tappa fondamentale nella ricerca di verità e giustizia per gli operai e i cittadini. Morti, spesso, due volte.

La prima respirando sostanze cancerogene non rilevate da adeguati sistemi di monitoraggio, tutt'ora assenti, la seconda subendo il peso di quelle stesse sostanze sulla propria tomba, rossa come il minerale che ricopre il cimitero del rione Tamburi. Per i periti del giudice Patrizia Todisco sono stati ben 174 i decessi nel periodo compreso tra il 2003 e il 2010 attribuibili ai veleni del siderurgico, un dato – drammatico per consistenza ed eloquenza – già processualmente acquisito, come non sarà in discussione, vista la formula dell'incidente probatorio utilizzata, l'aumento di malattie polmonari e cardiovascolari nei residenti nei quartiere più vicini a impianti e ciminiere.

Ma la storia dell’Ilva non si è fermata il 26 luglio del 2012, quando furono arrestati proprietari e dirigenti e quando si cercò - senza riuscirci - prima per cause tecniche, data la complessità produttiva dell'acciaieria più grande d'Europa poi per volontà politica, scandita da ben cinque decreti legge - di bloccare gli impianti inquinanti fino alla loro messa a norma, più volte annunciata e sempre puntualmente rinviata.

L’inquinamento dell’Ilva non è finito - purtroppo - quel giorno ma continua ancora oggi. Certo, di meno, perché lo stabilimento funziona a regime ridotto, con una produzione pari alla metà di quella degli anni in cui la famiglia Riva macinava utili per centinaia di milioni di euro, e perché lentamente vengono adempiute prescrizioni contenute nelle Autorizzazioni integrate ambientali del 2011 e del 2012, autorizzazioni dalla dubbia utilità e dalla mai del tutto chiarita legittimità, visto quanto emerso nell'indagine.

Ma la fabbrica ancora inquina, le nuvole rosse di slopping ancora colorano di rosso il cielo della città dei due mari come risulta dai rapporti, redatti di recente dai carabinieri del Noe e dai custodi, in possesso dell’autorità giudiziaria, senza che di converso si dica ai tarantini, per chi ritiene l’acciaieria strategica per il futuro dell’Italia, il numero di malattie e morti accettabili, il punto reale di equilibrio tra salute e lavoro, il livello di mediazione tra i due diritti. Ammesso, e Costituzione alla mano non concesso, che ce ne sia uno.

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