Martedì 19 Marzo 2019 | 15:39

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Si parla già delle maggioranze variabili che Matteo Renzi va costruendo per indebolire i fronti dai quali possono venire le più consistenti minacce al suo governo. Se Alfano è convinto di disporre della golden share, avendo fatto ingoiare un paio di pesanti rospi all’ex sindaco di Firenze per consentirgli di trasferirsi a Palazzo Chigi, questi ha subito inviato messaggi rassicuranti al Cavaliere, garantendo che l’accordo per le riforme, quella elettorale prima di tutte, procede secondo il cronoprograma a suo tempo stabilito. Vale a dire che se Alfano alza il tiro, c’è già chi garantisce una «opposizione responsabile». Un impegno che vale tutto e il contrario di tutto. Anche una stampella parlamentare nel caso in cui serva.

E poi, sempre nel dossier maggioranze variabili, c’è un’altra via, quella di un accordo con la sinistra, consentendo a Pippo Civati, l’antico sodale della Leopolda, la possibilità di mettere insieme un gruppo che comprenda Sel e i fuoriusciti «pentastellati» che abbia i numeri da consentire di andare avanti anche senza che i voti del Ncd risultino determinanti al Senato. Civati non ammetterà mai che sia stato Renzi ad agevolare questo disegno, ma è chiaro che, soprattutto per scalfire la fermezza con cui Alfano si oppone a ogni avanzamento in senso più liberale e libertario, almeno sul tema delle libertà civili, l’aggregazione a sinistra è possibile.

Ma non è la tenuta del governo che oggi preoccupa maggiormente Matteo Renzi. Sa molto bene che nessuno vuole le elezioni anticipate, neanche Berlusconi che pure le invoca ogni giorno. Le imboscate in Parlamento sono sempre possibili, ma non in grado di mettere veramente a rischio la legislatura. Ed ha messo pure in conto l’eventualità che le tante cose promesse, annunciate prima sui giornali e in tv e ora in Aula, non si possano realizzare per l’impossibilità materiale di disporre delle necessarie risorse finanziarie. Alla fine, lui ci ha provato, e se non vi è riuscito, mica è stato lui a ridurre l’Italia in queste condizioni. Ci rimetterà la faccia e il posto, ma queste sono le regole del gioco. E poi, tenendo conto di quanto sia lunga l’età della classe politica in Italia, lui è ancora un ragazzo e può sempre rifarsi. I rischi invece che più preoccupano Renzi vengono da altri fronti, soprattutto da quelli interni al suo partito. Ai troppi rancori ereditati dalla vecchia «amalgama non riuscita» di dalemiana memoria, oggi se ne sono aggiunti altri, dagli effetti ancora non digeriti della «rottamazione» e delle primarie, all’ira degli amici di Enrico Letta, per il modo brutale e ingiusto con cui il partito ha liquidato il precedente governo. Letta (c’entra qualcosa il sempre-in-piedi Franceschini?) ha sbagliato a schierarsi con Renzi al congresso del Pd, ritenendo che davvero l’obiettivo di Matteo fosse il partito, rinviando la corsa a Palazzo Chigi alle future elezioni. Quanti voti sarebbero andati a Renzi se Letta, e gli ex popolari del Pd, si fossero schierati contro di lui alle primarie? Oggi nessuno può più stabilirlo, l’unica cosa certa è che Renzi, nonostante il consenso di Letta alle primarie, non ha avuto la maggioranza assoluta dei consensi tra gli iscritti al Pd. Se tra la militanza di provenienza Pds-Ds è prevalente la cultura della disciplina di partito, come si comporteranno i «lettiani» nel caso in cui dovessero risultare determinanti per difendere Renzi e il suo governo? Le prime risposte sono prossime, a cominciare dai confronti parlamentari e dai risultati elettorali della prossima primavera, a partire dalle europee.

I «lettiani» sono sì importanti, ma non sono un partito nel partito come lo sono invece la vecchia sinistra, quella del cosiddetto (oggi ampiamente in disarmo) apparato, di estrazione comunista o diessina che aveva come riferimento D’Alema, Bersani e poi Cuperlo. Oggi questa grossa componente del Pd, nei fatti molto più ampia del dato congressuale di dicembre, si è collocata in una posizione di stand by. Per disciplina vota con Renzi, partecipa al governo in dicasteri di peso, incassa l’adesione del partito al Pse, cosa non riuscita neanche ai tempi di Fassino o Bersani, consente a Civati di bucare lo schermo dei salotti televisivi affidandogli la testimonianza sulla indiscutibile, naturale collocazione a sinistra del Pd. Questo ventre ribollente del Pd tace solo per una scelta tattica, frutto anche di una solida cultura della militanza in un partito tradizionale, dove contano più i tesserati che gli elettori, o c’è dell’altro che allo stato non può venir fuori? Se qualcuno pensa che questa parte notevole del partito, ramificata in piccole e grandi strutture e organizzazioni di massa, dal sindacato alla cooperazione, si sia ormai accucciata sotto il vincitore, sta sbagliando di grosso. È vero, come diceva Andreotti, che gli italiani sono i più bravi a saltare sul carro dei vincitori, ma è altrettanto vero che gli elefanti possono anche finire nel recinto ma attendono solo l’occasione giusta per dimostrare che la loro memoria non è roba da favola.

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